Visto con i nostri occhi
Centro solidarietà carcere: in campo da quasi 30 anni
Fondato nel 1990, si impegna su più fronti: migliorare le condizioni dei detenuti, tenere i contatti con le famiglie, organizzare corsi di istruzione
10/04/2018
L’assistenza ai detenuti e alle loro famiglie è lo scopo primario dei volontari del carcere. Tra le varie associazioni di aiuto carcerario figura il Centro solidarietà carcere, fondato dall’allora cappellano don Gianfranco Ferrari nel 1990. Oggi, e ormai da alcuni anni, cappellano e presidente eletto del centro è don Lino Azzoni, suo successore. I primi volontari furono arruolati tra parrocchiani e insegnanti di scuola, ambienti dove il cappellano operava. Vi erano credenti e non credenti, e, proprio per questo, il Centro solidarietà carcere è per statuto un’associazione laica, non confessionale e apartitica.
I volontari accedono al carcere in base alla legge 26 luglio 1975, n. 354 (“Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative della libertà”), nella quale l’articolo 17 si pone l’obiettivo di contribuire all’opera di reinserimento sociale dei detenuti e alla promozione di contatti tra la comunità carceraria e la società libera. Recita l’articolo: «La finalità del reinserimento sociale dei condannati deve essere perseguita anche sollecitando e organizzando la partecipazione di privati e di istituzioni o associazioni pubbliche o private all’azione rieducativa. Sono ammessi a frequentare gli istituti penitenziari con l’autorizzazione e secondo le direttive del magistrato di sorveglianza, su parere favorevole del direttore, tutti coloro che avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti dimostrino di potere utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera. Le persone operano sotto il controllo del direttore».
Tutti possono far parte del Centro solidarietà carcere, senza distinzioni di ceto sociale, politico e religioso, comportandosi secondo le proprie convinzioni nell’aiutare persone in difficoltà, disposti ad accettare una realtà molto difficile, con regole che vanno assolutamente accettate. Il volontario quindi sa che il rapporto con i detenuti è molto delicato e di grande responsabilità: la prudenza, la cautela e l’equilibrio sono molto necessari.
In che cosa consiste allora il lavoro dei volontari? Innanzitutto con i loro interventi cercano di rendere più sopportabili le condizioni di vita all’interno del carcere, che non sono certo quelle previste dalla Costituzione repubblicana e dalla legge di riforma del 1975, finalizzate alla rieducazione del detenuto e al suo reinserimento sociale una volta scontata la pena. Il volontario si impegna all’interno del carcere per garantire al detenuto alcuni dei suoi diritti fondamentali, spesso assenti a causa del sovraffollamento o del ridotto organico. Vengono promosse attività per il reinserimento, vengono mantenuti contatti con le famiglie per migliorare il diritto all’affettività. Scarse sono poi le offerte da parte dell’istituzione per la formazione scolastica. Il Centro solidarietà carcere si prodiga per affiancare il Centro provinciale istruzione adulti nella ricerca di insegnanti per organizzare corsi di scuola media e superiore, ricerca contatti con le istituzioni scolastiche statali fornendo insegnanti volontari anche per altri corsi.
Se si pensa alla tipologia dei detenuti, costituita per la maggior parte da poveri, drogati, extracomunitari, si intuisce che è molto basso il grado di scolarizzazione e istruzione, con casi di analfabetismo. Sono anche molto degradati gli ambienti di provenienza, sia familiari che sociali, e spesso i detenuti sono deprivati affettivamente, culturalmente ed economicamente. Il volontario interviene anche su questo, fornendo vestiario e prodotti per l’igiene. Inoltre il volontario è spesso l’unico riferimento per alcuni detenuti che non hanno nessuno, nemmeno fuori, che li segua, stia loro vicino, che li aiuti.
Il Centro solidarietà carcere opera nel silenzio, senza mostrarsi, e non gode di molta popolarità. Per questo fatica molto a supportarsi economicamente e la sua azione spesso non è capita proprio perché si occupa di persone che hanno offeso e che non sono delle vittime. Persone che hanno però una dignità umana che va rispettata, soprattutto per prepararle a una vita normale una volta uscite.
Chiaro è ciò che recentemente ha scritto Matteo, prima di uscire dal carcere. Così parla di don Lino e di alcuni volontari che ha conosciuto: «Immaginate come è stata la mia vita in carcere. Molte sono le esperienze negative vissute qui, vorrei comunque far emergere la cosa più bella: gli Amici, con la A maiuscola, che ho incontrato, quelli che hanno creduto in noi e credono in noi. Sono stati il bello del mio vivere qui. Ognuno di loro con un difetto: quello di volerci bene. Sono stato alla tua destra all’altare per più di un anno caro don, ci siamo scambiati pace e “criminalità” tante di quelle volte che anche Dio ci ha perdonato. Amico mio, tu mi hai messo nella condizione di fare pace con Dio, come abbia fatto solo lui lo sa. Tu sei il nostro don Gallo [don Andrea Gallo, 1928–2013, prete di strada e fondatore della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova, n.d.r.] con uno spirito da leone, la forza di un elefante. Il riposo non sai dove sta di casa, ma questo ti rende la persona più bella che abbiamo qui. Le tue parole ci danno a volte l’impressione che tu non sia neppure un prete, ma un detenuto, e a modo tuo lo sei. Prigioniero della voglia di fare di più, della voglia di vederci migliori, di aiutarci a vivere. Vorrei che il vescovo vedesse con quale forza ci entri nel cuore, con quanto amore ci tratti, con quanta delicatezza ci schiaffeggi. Noi continuiamo a godere il nostro prete contadino! Caro zio Gino, la tua amicizia è stata leale. Sei una brava persona. Non puoi essere in tutti i posti e in tutte le persone come vorresti essere tu. Ti dai troppo da fare e quanta pazienza porti per noi! Piccolo ma con il tuo peso per noi importante, così come è il tuo sorriso mai forzato. Sei riuscito a cresimarmi. Sapessi quanti ci hanno provato, ma ho ascoltato solo te. Proverò a camminare nella fede. Grazie, Gino, amico mio. Elena, la mia preferita, chi lo sa. Quanti di noi vanno da lei e tornano con un briciolo d’intelligenza in più. Non litiga mai con nessuno. Comunque, grazie, cara amica mia. Se fosse un imperatore, sarebbe Carlo il buono. Lui non parla, ma con gli occhi esprime il bene che ha dentro, le sue cartoline le ho tutte con me e con me usciranno di qua. A casa le riporrò tutte in un posto sicuro, in una scatola che conserva i ricordi degli amici veri. Come te. Ancor più però saranno presenti nel mio cuore con il tuo ricordo. Grazie di tutto, Carlo. Carota e bastone… la Carla. Non riesce a fare la dura. Forse è quella che ci vede più di tutti, come bambini da educare, con la sua esperienza. Non sbaglia di tanto nei suoi discorsi, anzi non sbaglia quasi mai. Ha sempre con sé qualcosa di buono da dirci e ce lo dona con tutta la sua saggezza. In una squadra di calcio sarebbe un ottimo mediano, e, come dice il cantautore Luciano Ligabue, “sempre lì, lì nel mezzo”. I Ray–Ban sono stati gli occhiali da sole di Che Guevara, Jim Morrison, John Kennedy, Antonello Venditti, quelli che della vita ne hanno saputo qualcosa. Ah, è vero: sono pure i tuoi. Che caso! Grazie zia! Lucia, sei come una di quelle torte di pasta sfoglia con la panna, talmente delicata che non la vorresti mangiare per poterla guardare quando hai bisogno di dolcezza. Lei è lì. Personalmente le devo tanto, credo però un po’ tutti in carcere. A gennaio me ne andrò e spero tanto di vederti fuori: ti cercherò, sei importante, perché la nonna è la nonna. Ti voglio bene, Lucia. Anche tutti gli altri volontari sono una presenza fondamentale, perché rappresentano la nostra voce all’esterno di queste mura impregnate dei nostri limiti, dei nostri condizionamenti, delle nostre rabbie. Grazie. Continuate così».
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