Visto con i nostri occhi
«Gli parlai di Mantova e Paolo VI si commosse»
Un ricordo legato al Pontefice bresciano che verrà canonizzato a ottobre: dal suo Magistero elementi significativi per l'azione pastorale
13/03/2018
Il 7 dicembre 1968, papa Paolo VI aveva riservato un’udienza agli alunni del Seminario Lombardo in Roma e tra quegli alunni c’ero anch’io. Si viveva in un tempo di tensione e di grosse problematiche in campo religioso. Ecco perché il Papa aveva voluto offrirci una riflessione particolare in un periodo in cui era molto difficile “far silenzio” per studiare, meditare, contemplare. Questa è una sintesi parziale del suo intervento.
Il tempo dello studio è un’occasione unica nella vita. Più tardi gli impegni del ministero sacerdotale costringeranno ad attingere a fonti di seconda mano, ritagliare faticati intervalli di tempo per un aggiornamento che servirà da appoggio immediato all’attività pastorale. Felice il tempo in cui ci si può dedicare al “silenzio” dell’applicazione intellettuale. Silenzio ricco e pieno. Da apprendere per tacere, studiare e pregare. C’è chi va dicendo che studiare non è più necessario: si contesta questa necessità. Ma vale sempre, invece, la parola di Pascal: «travailler à bien penser». Bisogna lavorare per imparare a pensare bene, bisogna allenarsi con il tirocinio degli studi e rendere abituale questa ginnastica dello spirito.
Terminata la sua relazione, Paolo VI si intrattenne a parlare con i singoli alunni. Arrivato il mio turno mi pose le mani sulle spalle, mi domandò a quale diocesi appartenessi. Quando gli parlai di Mantova si commosse ricordando la sua relazione fraterna con il bresciano monsignor Domenico Menna, vescovo di Mantova dal 1928 al 1954. Mi parlò a lungo e, alla fine, guardandomi negli occhi, mi chiese: «Ma tu sei capace di far silenzio, di studiare teologia e di pregare? Il nostro spirito ha bisogno di solitudine e di grande silenzio. Sia il tuo studio una risposta amorosa a Dio che si rivela, che opera e che rimane presente nella storia della salvezza; la scienza alimenti la tua vita spirituale affinché diventi canale al colloquio con il mondo di oggi e alla sua illuminazione a opera di Cristo».
Non posso dimenticare la bellezza e il fascino di questo colloquio. Mi sono persuaso che dobbiamo raggiungere livelli sempre più profondi nella conoscenza di Cristo e del Vangelo nella sua realtà, oltre ad apprendere la dottrina della Chiesa nelle formulazioni più sicure e genuine. Altra grande scoperta sarà l’applicazione della nostra conoscenza di Cristo ai casi della vita in cui ora siamo calati, con tutta la sua serie di problemi sempre nuovi e urgenti. Da tutto ciò emerge l’importanza di recuperare lo spazio del vero silenzio, quello che permette il formarsi dell’identità di sé nella relazione.
Ai nostri giorni, questa realtà è inconsciamente sostituita dalla voglia di estraneazione, condizione dell’anima che fa sentire l’uomo solo e irraggiungibile. Accade che il luogo dell’attesa per l’incontro viene sostituito da un atteggiamento di possesso e di dominio, con la conseguenza che la persona si ritrova sempre più sola con se stessa. Il nostro spirito ha bisogno di vera solitudine e di giusto silenzio. Silenzio e preghiera vanno infatti a braccetto. Il silenzio, anzi, è momento costitutivo della preghiera. Impossibile concepire questa senza quello. Ricordiamo il pensiero espresso da Paolo VI, nel 1964, durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa: «Oh! Se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile e indispensabile dello spirito! Mentre invece siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e clamori della esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Silenzio di Nazaret, insegnaci a essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri».
Com’è importante distinguere il silenzio, che nasce dal desiderio di solitudine, da quello che nasce invece da una profonda depressione. Il silenzio è dentro di noi nella sua fragilità e nella sua inconsistenza ed è necessario farlo sgorgare nel nostro sentire e liberarlo dagli steccati che lo imprigionano. Così dovremmo educarci alla solitudine e al silenzio: lasciandoci educare dall’attesa silente dell’incontro.
Dal magistero di Paolo VI emergono alcuni elementi essenziali che caratterizzano il clima dell’azione pastorale, in particolare del sacerdote, nel mondo contemporaneo: la chiarezza (l’azione apostolica si indirizza anzitutto all’intelligenza), l’affabilità (perché la verità annunciata non si deve imporre con la forza, ma per l’eccellenza dell’ideale proposto), la fiducia (lo richiede il valore proprio della parola e la buona disposizione degli interlocutori), la prudenza (per dare al dialogo la necessaria flessibilità, che gli consenta di adattarsi all’indole degli interlocutori e alle circostanze reali). Il clima del dialogo è l’amicizia. Il sacerdote è incaricato di costruire, con la testimonianza della sua vita di silenzio, di preghiera, di parola, la città di Dio – la Chiesa – nella città degli uomini.
Paolo VI fonda questa azione apostolica nel rispetto della persona, nel servizio disinteressato, nella solidarietà caritativa. Il Vangelo ricomincia oggi. Da qui il coraggio che deve animare il sacerdote ai giorni nostri. È un tema che Paolo VI ribadì a ogni occasione: quante volte le parole “coraggio” e “generosità” risuonarono sulle sue labbra! E insieme: vita interiore, preghiera, meditazione, coscienza sempre più profonda della propria missione sacerdotale, unione sincera e filiale con la gerarchia ecclesiastica, povertà e carità autentiche, spirito di sacrificio, serena letizia e fiducia.
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