Visto con i nostri occhi
«Il Seminario è da vivere come una vera famiglia»
Scelto dal vescovo per guidare da settembre la struttura che forma i nuovi preti, l'attuale vice rettore parla alla Cittadella: «Voglio creare un rapporto di fiducia e aiutare i giovani a diventare uomini di Dio»
18/07/2017
La pupilla dell’occhio: una metafora evocativa che descrive cosa rappresenta il Seminario per la Chiesa. Un punto sensibile, un luogo centrale dove formare le nuove generazioni di preti e insegnare loro a osservare la realtà e a viverla in comunione attraverso la prospettiva cristiana.
A Mantova il Seminario ospita una dozzina di giovani più tre educatori: il rettore, il vice rettore e il padre spirituale. Il percorso verso il sacerdozio si regge su alcuni pilastri, cioè la vita comune, lo studio teologico, la formazione spirituale e l’esperienza pastorale.
Questa struttura diocesana si prepara a una nuova fase: don Antonio Mattioli, rettore dal 2009 a oggi, sta per terminare il proprio servizio. Il vescovo Marco Busca ha scelto come guida il 36enne don Lorenzo Rossi, già docente dei corsi teologici, collaboratore del Centro per le vocazioni e, soprattutto, vice rettore proprio del Seminario. In attesa che inizi ufficialmente il suo mandato, in settembre, lo abbiamo incontrato per capire come si sta preparando a questo compito.
Il Seminario è un luogo chiave per una diocesi. Cosa ha pensato quando il vescovo le ha proposto di diventarne rettore?
Ho sentito innanzitutto una forte responsabilità. Mi sono chiesto se ero all’altezza di questo servizio, poi ho capito che forse non erano le domande giuste da pormi mentre il vescovo mi proponeva questo incarico.
Come affronterà questo compito?
Mi pongo davanti a questa sfida chiedendo al Signore che mi aiuti a essere un uomo di fede, consapevole di non essere scelto perché ho un profilo particolare o perché ho chissà quale esperienza, ma perché il Signore mi sostiene attraverso la Chiesa. È una cosa di cui mi rendo conto tutti i giorni, perchè davvero sento la vicinanza, la solidarietà, la preghiera di tante persone. È l’aspetto più importante per affrontare questo nuovo ministero.
Quali sono gli aspetti da tenere più in considerazione per i giovani che vogliono diventare sacerdoti?
Il rischio più grande è che qualcuno entri in Seminario avendo già un progetto in mente. Non c’è nulla di negativo in questo anzi, ben vengano le persone che hanno le idee chiare. Tuttavia, mi viene in mente una frase del gesuita Silvano Fausti: «Nella vita non esistono pro–getti, ma esistono post–getti». Non si arriva in Seminario perseguendo un’idea precisa, ma assecondando un dono del Signore che è da scoprire. A un giovane che vuole diventare prete direi di non pensare al ruolo, ma di seguire una chiamata. È questo l’aspetto fondamentale: non l’acquisizione di abilità, ma che un ragazzo diventi un uomo di Dio e di comunione.
La fraternità è un elemento chiave, che ogni prete poi è chiamato a vivere nei propri ambiti di servizio, come la parrocchia.
È vero, ai preti si chiede di essere uomini capaci di promuovere la comunione anzitutto all’interno del Seminario e poi nelle realtà locali in cui presteranno servizio. Oggi più che mai c’è grande bisogno di uomini di Dio e di uomini che sappiano promuovere la comunione: non si tratta solo di far star bene le persone insieme, ma di accogliere la vita del Signore che poco per volta ci unisce e ci rende comunità.
C’è una parola chiave attorno a cui intende orientare il suo servizio come rettore del Seminario?
La prima che mi viene in mente è “fiducia”: voglio che sia questa la base del mio rapporto con tutte le persone che operano nel Seminario. È un elemento fondamentale che non si può dare per scontato. Quello del rettore è un ruolo complesso: deve avere un atteggiamento paterno, a volte è chiamato a pronunciare dei sani “no” e altre dei robusti “sì”. Il mio desiderio è che tra me e i ragazzi ci sia un clima di fiducia. Perché ciò che si mette alla prova nel cammino del Seminario è la capacità di consegnarsi agli educatori e alla Chiesa e ognuno riesce a consegnarsi solo se ha fiducia nelle persone che lo seguiranno nel percorso.
Come immagina il Seminario nei prossimi anni?
Voglio che questa comunità sia vissuta come una famiglia. È l’aspetto su cui ha puntato don Antonio Mattioli, che è stato rettore in questi anni e io voglio continuare questa strada. Un Seminario in cui la vita fraterna è reale e sostanziale. Un luogo dove le relazioni sono vere anche nella difficoltà, momenti in cui imperiamo a andare avanti mettendo da parte la nostra stessa volontà. Nella vita fraterna ciascuno si mette alla prova per imparare quella che nella tradizione cristiana si chiama docibilitas. Questo termine è un po’ il motto del nostro Seminario e significa “Imparare la vita dalla vita, per tutta la vita”.
Può spiegare meglio cosa intende con questo concetto?
Sembra un gioco di parole, ma trasmette un messaggio semplice: più vado avanti nel tempo, più scopro che Dio mi parla attraverso la vita. Più sono capace di farmi plasmare dalla vita, più cresco e mi lascio educare dal Signore e dalla vita.
Quanto è difficile oggi “tenere in vita” la nostra Chiesa?
Stiamo affrontando un’epoca molto complessa. A volte diventa difficile tenere in efficienza le strutture ecclesiastiche, soprattutto nei seminari e a livello di parrocchie, per varie ragioni come il calo delle vocazioni. Talvolta ci chiediamo se dietro quelle strutture che ci stiamo sforzando di tenere funzionanti ci sia davvero la vita di Dio. Vorrei che il Seminario fosse davvero un luogo dove scorre la vita e dove attingere la vita di Dio. Nel Vangelo di Giovanni c’è l’immagine dei tralci che devono stare innestati nella vite per ricevere la vita: questa per me è l’essenza del Seminario e della vita cristiana in generale.
Per chiudere, le chiedo un messaggio per don Antonio Mattioli, che sta per concludere il proprio servizio come rettore.
A lui rivolgo un pensiero di grande affetto, per una fiducia che è cresciuta piano piano nel tempo e mi ha fatto un gran bene. Prima parlavamo di imparare la vita e don Antonio mi ha fatto capire perfettamente cosa significhi, cioè lasciarsi plasmare e essere aperto. È questa la sua lezione più grande, un’eredità che desidero raccogliere.
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