Visto con i nostri occhi
Quando il giovane Moro scriveva a don Mazzolari
Dibattito a Bozzolo con Agnese, figlia dello statista ucciso dalle Brigate rosse. I rapporti con il parroco risalgono al 1940, mentre il futuro presidente dc era negli universitari cattolici
11/05/2017
Una serata con un dibattito di grande spessore il 5 maggio scorso alla sala civica di Bozzolo, gremitissima, con un pubblico da grandi occasioni. Ospite d’eccezione la figlia di Aldo Moro, Agnese, che ha portato al pubblico presente una testimonianza ricca di umanità e profondità di pensiero, stimolata dalle domande di Luciano Ghelfi, giornalista del Tg2, e da altri interventi.
L’evento è stato il frutto dei contatti avviati negli ultimi anni tra la Fondazione “Don Primo Mazzolari” e la figlia dello statista democristiano, a partire da alcune corrispondenze ritrovate tra quest’ultimo e il parroco di Bozzolo. Un carteggio che risale al 1940, quando il giovane Aldo Moro era presidente della Fuci (universitari cattolici). Dai testi disponibili si evince il tono amichevole e la familiarità tra queste due grandi figure, a testimonianza del fermento che animava il mondo cattolico negli anni in cui si consumava la fine della dittatura fascista attraverso la tragedia della guerra e si mettevano le basi per ricostruire il Paese con un processo democratico e inclusivo.
Agnese Moro ha raccontato di avere scoperto recentemente la figura di Mazzolari, a partire da un libretto intitolato È Pasqua (raccolta di scritti di don Primo), donato nel 1957 ai parlamentari dc da Benigno Zaccagnini (capogruppo alla Camera). Tra le caratteristiche decisive di don Primo – ha sottolineato Agnese Moro – c’è la fiducia di tornare sempre all’essenzialità del Vangelo. Singolare il dato del radicamento della sua vita in una piccola realtà di campagna e da qui essere diventato faro e ispirazione per orizzonti ben più ampi.
Tra le note comuni a Moro e Mazzolari una, molto importante, era il senso del debito verso chi è venuto prima di noi, aspirando a grandi ideali e senza arrivare a vederli realizzati. Indice del segno profondo lasciato in queste due grandi anime dalla guerra. «Noi siamo rimasti e non sappiamo perché», diceva Moro, in parallelo al libro di don Primo dal titolo Il compagno Cristo, inteso come Vangelo per i reduci.

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