Visto con i nostri occhi
25 aprile, un patto sociale ancora frammentato
21/04/2016

Il 25 aprile dovrebbe essere uno dei fondamenti, delle pietre angolari su cui si regge il nostro Paese. Dopo 71 anni è ancora, almeno in parte, un’incompiuta. Solo in parte la si riconosce come la data da cui l’Italia ha preso le mosse per riscattarsi e diventare una delle più importanti nazioni democratiche ed economicamente più avanzate del mondo intero. Impresa questa che fu straordinaria perché ci affrancò dal tunnel buio di vent’anni di dittatura e dall’esperienza sciagurata della guerra che ci portò a uno stato di miseria e degrado profondi, i peggiori certamente della nostra storia almeno dall’unità in poi.
Anche il 25 aprile è stato poi fonte di strumentalizzazioni politiche varie, sballottato di qui e di là a seconda delle appartenenze, esaltato più del dovuto oppure minimizzato o ignorato, oggetto di revisionismi più o meno improbabili. È insomma l’esempio emblematico che anche nelle feste civili facciamo fatica a trovare un denominatore comune. Continuiamo ad arrovellarci se la tal data sia di destra e la tal’altra di sinistra oppure acquietarci in una superficiale indifferenza, poco consapevoli del peso delle tappe storiche su cui poggia il nostro convivere sociale di oggi. Non abbiamo, in altre parole, l’equivalente del 4 luglio o del 14 luglio in cui rispettivamente americani e francesi si riconoscono in quanto tali, a prescindere dal loro ceto sociale, orientamento politico o credo religioso.
È un’indicazione, questa, che non abbiamo ancora un collante forte per tenere saldamente unito e coeso il nostro popolo.
Oltre alla mancanza di date simboliche ed evocative per la coscienza collettiva ci sono altri indicatori che dovrebbero farci riflettere.
Un irrisolto conflitto tra gli individui e le istituzioni, visti come realtà contrapposte e non a reciproco sostegno.
Una vera e propria marea di economia sommersa, “in nero” o addirittura malavitosa, triste e incontrovertibile dimostrazione che i primi a non credere nell’Italia siamo noi stessi italiani.
Anche sul piano fiscale siamo in mezzo a una frattura sociale profonda: i dati recenti del Ministero dell’Economia confermano la spaccatura storica del Paese tra chi paga le tasse e chi può tranquillamente e largamente evaderle.
Insomma non sono pochi i motivi che fanno pensare alle debolezze strutturali del nostro patto sociale che dovrebbe tenerci uniti.
Ci avviamo, per i prossimi mesi, a un referendum per confermare o no alcune significative modifiche costituzionali già votate dai due rami del Parlamento. Non entro nel merito della questione (avremo tempo e modo per farlo); quello che stupisce, negativamente, è che la discussione si stia incanalando nel trasformare questo appuntamento in una sorta di maxi-voto di fiducia popolare sul governo. Anche qui un grave errore istituzionale e politico che dimostra come ci lasciamo sedurre più dalle umoralità viscerali delle appartenenze che non dal ragionamento sui principi regolatori del patto sociale alla base del nostro convivere.
Dobbiamo e possiamo migliorare su questo versante che rischia di trasformarsi in una malattia cronico-progressiva della nostra democrazia. È difficile ma non impossibile, basta volerlo. Seriamente!
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