Visto con i nostri occhi
Il Vescovo Roberto: il nostro clero è variegato ma valido e legato alla gente
Il commento del Vescovo sul discorso del Papa all’Assemblea Generale della CEI sulla figura del sacerdote e alcune riflessioni relative alla nostra situazione locale
01/06/2016

Nei giorni scorsi ha partecipato all’Assemblea Generale CEI che ha visto i temi del rinnovamento e della formazione permanente del clero come filo conduttore dei lavori. Cosa è emerso? Quali sono i pilastri alla base di questo rinnovamento?
Occorre partire anzitutto dall’intervento di Papa Francesco collocato all’inizio dei lavori assembleari e, perciò, capace di dare impulso e direzione al cammino successivo dei lavori. I nostri lettori conoscono i temi trattati dal Papa perché ben commentati da don Marco Cavallaro sul numero scorso. Tuttavia la discussione non si è fermata lì, perché il Papa si è intrattenuto esclusivamente con i Vescovi per altre due ore e mezza, ascoltando un’ampia varietà di domande alle quali egli ha risposto con libertà e con uno sguardo evidentemente più ampio del nostro, perché abbraccia il mondo intero. Nonostante i mezzi di comunicazione abbiano messo in rilievo soprattutto i forti richiami evangelici ai quali il Papa si è riferito (poteva fare altrimenti?), quasi fossero un rimprovero aspro per comportamenti sbagliati, in realtà la domanda di partenza nella quale il Papa ci ha coinvolto è stata questa: “lasciamo che il volto di uno dei nostri parroci passi davanti agli occhi del nostro cuore e chiediamoci con semplicità: che cosa ne rende saporita la vita? Per chi e per che cosa si impegna nel suo servizio? Qual è la ragione ultima del suo donarsi?” Ed è proprio nella pienezza del dono, nel giocarsi fino in fondo dentro la sua comunità, dentro la Chiesa, che si trova e si costruisce anche quel sano equilibrio di fede e umano che rende il prete testimone di una vita umile e faticosa sì, ma comunque gioiosa. Anche quando nessuno sembra accorgersene; anche quando il prete intuisce che nessuno lo ringrazierà a sufficienza del suo donarsi senza misura o, meglio, sulla misura di Gesù. Mi pare si possa allacciare a questa convinzione la risposta del Papa a chi gli domandava un giudizio sulla Chiesa italiana, sui suoi sacerdoti e Vescovi. “Avete in Italia una cultura religiosa molto forte, c’è una storia di grandi parroci forti che hanno segnato nel bene la loro comunità”. E ha citato, sorridendo, la figura di Don Camillo e Peppone, per rilevare che ancora, nel nostro popolo, c’è un sensus fidei radicato, da non sottovalutare, che si è espressa in mille modi. Dalla vitalità delle parrocchie, all’educazione dei giovani, ma anche all’attenzione ai malati ben strutturata anche su piano nazionale, ai tanti benemeriti sacerdoti che hanno dato vita a realtà sociali di servizio alla gente e ai poveri vive ancora oggi.

Papa Francesco nel suo intervento è tornato ancora sull’importanze della figura del sacerdote come pastore calato in una comunità. Cosa può fare un Vescovo per valorizzare al meglio questo ruolo dei suoi preti?
È appunto il rilievo positivo che il Papa ha fatto sul clero italiano: essere calato dentro una comunità: “una comunità concreta di cui condivide il cammino. Il popolo fedele di Dio rimane il grembo da cui è tratto, la famiglia in cui è coinvolto, la casa a cui è invitato” E, a specificare meglio in quale modo questo ideale debba essere realizzato, il Papa ha specificato che gli organismi di partecipazione devono essere veramente funzionanti in tutti i settori, da quelli di ogni settore pastorale riassunti nel Consiglio pastorale, a quelli di amministrazione dei beni che devono sempre servire alla comunità per superare ogni tipo di povertà. Di qui deve nascere la condivisione delle diverse responsabilità nella comunità parrocchiale tra parroco, sacerdoti e laici; questi ultimi devono sentire ed esprimere la propria capacità di servire in umiltà e per amore la propria comunità insieme ai loro sacerdoti, come si fa in una famiglia. Un’appartenenza reciproca vissuta in rapporti che sanno valorizzare la vita di ciascuno, è come il sale della vita del sacerdote che peraltro trova nel presbiterio, nell’intero corpo sacerdotale come il suo cenacolo. Qui il discorso si è inevitabilmente spostato sugli anni e sui criteri di preparazione al sacerdozio in Seminario. E devo dire che il Papa è stato molto chiaro, al limite della durezza educativa. Non bisogna avere paura a dire dei no, a valutare nel profondo il cammino di formazione di ciascuno, a non cedere a tentennamenti. Citando Pio XI ci ha ricordato che è meglio perdere una vocazione vera che ordinarne una incerta, specificando comunque che lui preferisce un giovane vivace a uno rigido nelle sue convinzioni e soprattutto che non si fermi a dare importanza a fronzoli di esteriorità.
Per questo ci hanno molto meravigliato i toni simil-apocalittici usati dalla stampa nel descrivere l’incontro Vescovi-Papa: il tono è stato tutt’altro che rigido, ma fraterno e di grande comprensione.
I nostri lavori sono continuati in gruppi di studio sugli ampi temi della vita sacerdotale, delle sue difficoltà e delle possibilità attuali, dentro un mondo profondamente cambiato. E si sono messi in rilievo anche i compiti del Vescovo in rapporto fraterno e paterno del tutto privilegiato e particolare verso i propri sacerdoti, favorendo il più possibile la vita comune, a partire dalla reale condivisione di programmi e progetti pastorali costruiti e portati avanti insieme. Si vedrà come renderli partecipi a tutti i sacerdoti.
Devo dire che il lavoro di approfondimento fatto nel nostro presbiterio diocesano in questi anni passati è risultato non solo in linea, ma quasi anticipatore di un cammino che è sempre più necessario intraprendere e percorrere.
Per questo sono sereno e soddisfatto nella certezza di poter consegnare a suo tempo, nelle mani del mio Successore, un clero variegato e dalle diverse personalità, ma profondamente valido e legato alla sua gente. Le proposizioni del nostro Sinodo sono chiare e positive in materia: dovranno diventare un cammino pastorale condiviso.
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