Visto con i nostri occhi
A 25 anni da Tangentopoli: un Paese spaesato
Quella stagione portò con sé molte speranza ma a distanza di un quarto di secolo e alla luce di quanto accaduto non pochi sono gli elementi di delusione
22/02/2017

Paolo Lomellini

Sono passati 25 anni da una stagione di inchieste giudiziarie che ha segnato la storia politica e civile del Paese e per la quale è stata coniata una nuova voce nella nostra lingua: Tangentopoli. Era un evidente riferimento ai fenomeni di corruzione e alla loro invasività nel nostro tessuto sociale. Quella stagione portò con sé diverse speranze: meno corruzione e più etica nella vita politica, ammodernamento delle istituzioni, al punto che si parlò di fine della Prima Repubblica. Erano in tanti (e io tra quelli) a coltivare con convinzione quelle ragioni di speranza.
A distanza di un quarto di secolo e alla luce di quanto accaduto che valutazione possiamo dare oggi? Non pochi sono gli elementi di delusione o disillusione rispetto alle attese.
La corruzione nella nostra convivenza sociale non è calata, anzi secondo tutte le analisi essa si è diffusa a macchia d’olio e ha messo radici sempre più robuste; al punto che certi fenomeni corruttivi degli ultimi anni fanno sembrare le vicende di Tangentopoli come “storielle da educande”.
La Prima Repubblica, pur con il carico dei suoi difetti, è sempre più rimpianta. La fantomatica Seconda Repubblica non è mai nata e si è persa nelle tante parole degli opinionisti, nelle tante proposte dei politici, nella miriade di riforme nate male o, più spesso, abortite. Adesso qualcuno si sta esercitando sulla Terza Repubblica ingrossando il già gonfio fiume delle parole insipienti. Di fatto al precedente sistema dei partiti è subentrato quasi niente di concreto e accettabile. Un susseguirsi di sigle politiche, spot elettorali superficiali e spesso ingannevoli, la ricerca dell’uomo dei miracoli, la seduzione di slogan fatti per “coccolare” l’umoralità delle viscere anziché per far funzionare la materia grigia.
Sono ormai date per disperse la credibilità e la autorevolezza delle forze politiche e delle loro proposte (queste ultime, peraltro, sempre più rare da individuare nel diluvio del chiasso mediatico). Questi i nuovi “demiurghi” che indirizzano la nostra vita pubblica: l’opportunismo del momento, l’incapacità e la paralisi per pensare e progettare a medio lungo termine, la schiavitù verso i sondaggi e gli umori dei “social” (mutevoli qual piuma al vento).
Se queste sono le note che caratterizzano la supposta classe dirigente è pressoché naturale quali possano essere le conseguenze per il corpo sociale. Un Paese spaesato, senza bussole e segnali indicatori di mete e percorsi che sappiano dare il senso di un destino comune. Un Paese demoralizzato e infiacchito, impaurito e incattivito.
Dobbiamo dunque lasciarci andare a questo quadro sconfortante apparentemente senza possibilità di appello?
Ci sono in realtà strade e bussole, che non richiedono particolare genialità ma solo tanto buon senso e buona volontà. Occorre voler bene alla nostra Repubblica in quanto tale invece di discettare sulla Prima, Seconda o Terza che sia. Non abbiamo bisogno di nuovi Padri della Repubblica, ma di servitori della stessa. Dobbiamo convicerci di essere ammalati di troppo individualismo e di avere bisogno di senso civico, anche se magari ci appare come una medicina amara. Dobbiamo avere il coraggio di pensare alle cose che contano sul medio-lungo periodo e rifuggire le “kermesse” dell’apparenza, le convenienze dell’immediato. Dobbiamo pensare e progettare luoghi e percorsi in cui si forma e si seleziona la classe dirigente. Oggi (a differenza di quanto avveniva nella Prima Repubblica) questi percorsi sono pressoché inesistenti. Continuando così non faremo tanta strada o, peggio, ne imboccheremo di sbagliate.
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