Visto con i nostri occhi
A tu per tu con i malati si scopre il volto di Gesù
La testimonianza di una volontaria laica nei reparti dell'ospedale «Poma» di Mantova. «Vedo il bisogno di ognuno e dei famigliari», spiega. Spesso dall'incontro nasce la preghiera
05/02/2018
Servire Gesù Cristo e la sua Chiesa in ospedale colma gli ammalati di sentimenti accoglienti e sananti. Con questa percezione ha avuto inizio il mio cammino spirituale di laica cristiana all’ospedale “Carlo Poma” di Mantova accanto ai sofferenti. La crescita della cappellania ospedaliera con il cappellano, i religiosi, le suore e i laici si alimenta giorno dopo giorno scoprendo la presenza di Gesù nei corpi sofferenti delle persone ricoverate. Uno dei primi ricordi risale a un episodio di nove anni fa accanto a un’ammalata, una donna di colore con grandi occhi scuri. Mi aveva guardato incuriosita e accogliente quando ero entrata nella sua stanza del reparto di Medicina dove era ricoverata. Era seduta sul letto e accanto a lei c’era la Bibbia in inglese. Avvicinarmi a lei troppo, sembrava violare la sua intimità: stava recitando le sue preghiere. Mi osservava aspettando qualcosa da me. «Perché non avevo né camice né strumenti per provare la pressione, ed ero lì non in orario di visita dei familiari?», ho pensato si fosse chiesta. La prima donna ammalata che incontravo al “Poma” era una donna straniera, che stava pregando. Vedevo in lei la sofferenza della malattia, ma vedevo in quel momento anche tanta speranza in lei: mi sono avvicinata di più e ho iniziato dolcemente a recitare il Padre nostro. Ed ecco i suoi occhi si sono riempiti di luce e, mentre pregava in inglese insieme a me che pregavo in italiano, ho visto i suoi lineamenti distendersi. Nostro Signore Gesù Cristo era lì tra noi: il volto della signora diventava sempre più familiare. Non potevamo comunicarci altro per mezzo delle parole, ma la preghiera ci aveva confortato, trasmesso affetto e solidarietà: entrambe comprendevamo che quel momento spirituale e umano vissuto insieme ci avrebbe aiutato. Quando passo accanto agli ammalati vedo il bisogno di ognuno e dei familiari loro accanto, di raccontarsi, di dire cos’è successo, perché si trovano lì come se ci fosse una relazione, che solo loro possono sapere, tra il loro vissuto e la malattia che li ha colpiti. Una signora anziana era stata ricoverata in seguito a uno svenimento in chiesa durante la Messa, nel momento della Comunione. «Mi sono vergognata – raccontava – perché ero caduta svenendo davanti a Nostro Signore…». Esprimeva un amore profondo per Gesù e, nel narrare l’accaduto, si preoccupava di esprimere sentimenti di pentimento per la situazione creata durante la Messa, piuttosto che lamentare le dolorose conseguenze della sua caduta a terra. Ai miei occhi ricordava l’immagine materna che si preoccupa sempre del figlio più che di se stessa. Con la rassicurante preghiera dell’Ave Maria accompagno il saluto agli ammalati. «Non mi ricordo bene questa preghiera – mi ha detto un giorno un ammalato un po’ confuso dalla malattia –, la possiamo ripetere insieme?». «Certo, sono qui», gli ho risposto e lui mi ha ringraziato con un sorriso.
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