Visto con i nostri occhi
Accogliere i doni e spenderli per gli altri
La proposta riguarda la formazione comune alla ministerialità. Alcune sollecitazioni per avviare un dibattito sulle pagine del nostro settimanale, che coinvolga soprattutto i laici
25/12/2018
Tra gennaio e febbraio si terrà un percorso di formazione unitaria alla ministerialità, un’esperienza per gli operatori pastorali della diocesi. In questo articolo, don Manuel Beltrami, delegato vescovile per il laicato, offre alcuni spunti di riflessione, con i quali intendiamo suscitare un dibattito sulla “Cittadella”.

Quando ero in Seminario, tra le tante cose, mi hanno insegnato che la rivelazione cristiana pone l’accento sulla dimensione “personalistica” più che su quella “volitiva” di Dio: ciò significa che, quando il Signore si rivela, si mostra per quello che è, offre un’alleanza, un legame (cioè una relazione) e non vuole “dare ordini”, farci fare ciò che è gradito alla sua volontà. Insomma, Dio quando si rivela domanda alla nostra libertà un coinvolgimento, un esserci con lui, un dialogo per portare avanti il suo sogno di salvezza sulla storia e sull’umanità. Ma ce lo chiede non come se fosse un progressivo imporsi della “dittatura del Bene” o un semplice eseguire precetti formali e lontani dalla vita di tutti i giorni, piuttosto come il suo desiderio di condividere con noi il suo cuore, il suo canto di salvezza per l’umanità, il suo farsi “mendicante” (o bambino), bisognoso di tutto, bisognoso di un “sì” perché il “nuovo” irrompa nel tempo e lo trasfiguri in tempo santo. All’interno di questa visione, il Signore Gesù ha plasmato la Chiesa – le ha dato forma – come quella realtà bella di comunione che, dalla sua mano (cfr. Ap 2,1), è donata a tutta l’umanità affinché la sua diakonìa possa essere un seme visibile di quel Regno che avanza fino al compimento. Si potrebbe dire che la ministerialità della Chiesa è ciò che le impedisce di esaurirsi in sé, da un lato, e di pensarsi unicamente a partire da sé, dall’altro. Una Chiesa che si limita alla coltivazione dei “suoi” e che immagina questo come l’ideale a cui ricondurre tutti gli altri, è una Chiesa senza destinazione, senza futuro, perché essa riceve sempre la forza della sua ragion d’essere da un “altrove” su cui non può disporre né decidere. L’esortazione apostolica
Evangelii gaudium ha già descritto alcune “tentazioni” degli operatori pastorali sulle quali non mi soffermerò. Ci possiamo chiedere invece se sia possibile coltivare qualche atteggiamento pratico che ci faccia cogliere le opportunità che questo cambiamento d’epoca porta in sé e porta alla Chiesa tutta: me ne vengono in mente due. Il primo è il riconoscimento del dono: non esiste diakonìa nella comunità cristiana che non si fondi su un carisma, su un dono dello Spirito Santo. Questo significa che servire nella Chiesa è permettere a Dio di compiere la sua opera in ciascuno di noi, è acconsentire che la creatività della vita divina si incarni nell’umanità concreta di ogni battezzato. Ecco perché l’atteggiamento fondamentale del servo è la gratitudine. Ed ecco perché misconoscere il proprio dono (in una logica “di prestazione” che ci porta a delegare ad altri, preferibilmente preti e religiosi, il nostro carisma ormai interpretato come un mero fare) o accentrare tutto in sé (in un’atavica e mai desueta logica clericale dove è importante mostrare solo quello che sappiamo fare noi) ci rende ugualmente
miopi, se non peggio, ingrati. Quelli che accolgono il dono possono venire liberati dall’egoismo che li chiude o nella depressione di “non saper fare nulla” o nel delirio di “saper fare tutto”. Il secondo potrebbe essere un po’ di “parlamentarismo spirituale”. Con questa strana parola si vuol solo dire che la ministerialità della Chiesa e nella Chiesa ci invita e incoraggia a un vero dialogo, a una condivisione lieta e paziente di esperienze, visioni, sogni (non utopie!) in un contesto di vero ascolto anche del mondo, nella pluralità di visione che il maschile e il femminile apportano nella società e nella Chiesa, nella consapevolezza che nessuno ha il possesso assoluto della verità. Siamo sempre pronti a lamentarci perché “subiamo” proposte che sembrano calate dall’alto; nell’ironia – tipica della vita – che quando tocca a noi ascoltare, dobbiamo arrivare al più presto a una decisione (perché bisogna giungere – non in tempi biblici – a un orientamento pastorale in un determinato ambito!). Lo Spirito invece è stato inviato a tutti e parla per mezzo di tutti e, attraverso la vita di tutti, ci invita a essere là dove siamo, ad amare il tempo che ci è stato dato e a servire l’uomo concreto e il mondo nel quale Dio ha posto la sua casa. Può avere senso, allora, una formazione unitaria alla ministerialità: senza misconoscere il carisma di coloro che guidano, essa vuole essere un piccolo passo concreto per lodare lo Spirito Santo per tutti i doni che elargisce in noi, nella Chiesa tutta e nel mondo.
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