Visto con i nostri occhi
Accogliere nonostante tutto
La legge sui migranti ostacola l’integrazione, ma l’impegno di Caritas continua. Meno risorse e meno servizi da garantire: così le strutture di ospitalità diventano «parcheggi». Bisogna farsi carico delle persone per difenderne la dignità
29/04/2019
La Caritas diocesana nel 2018 ha accolto cinquantotto profughi, oltre a quattordici persone dai corridoi umanitari. Il sistema di accoglienza in appartamenti (di proprietà della diocesi o in locazione agevolata) ha permesso di accompagnare queste persone verso percorsi di integrazione, a partire dalla scuola di alfabetizzazione, i corsi professionali, l’espletamento delle pratiche per ottenere la patente, il lavoro, l’inserimento dei bambini nelle scuole, il sostegno per le pratiche per ottenere un permesso valido e duraturo, le spese mediche e sanitarie. Questo è il percorso di integrazione che il Cas (Centro accoglienza straordinario) della Caritas ha scelto per rispondere alla richiesta di accoglienza. Senza mai dimenticare che davanti ci sono persone bisognose di essere ascoltate, accompagnate, rassicurate.
Poi, una mattina di marzo, la famosa “legge Salvini” viene attuata in tutta la sua assurda crudeltà e gli ospiti sono letteralmente “buttati fuori” dall’accoglienza. Le persone espulse dai Cas, non solo della Caritas, su tutto il territorio della provincia di Mantova, diventano persone a carico del “Welfare locale”, ovvero di competenza economica dei Comuni. Brutte giornate anche per i sindaci che, impreparati, non sanno come e dove collocare queste persone che hanno la residenza nei loro paesi, e così ritornano alla Caritas, per cercare di farli entrare in altri servizi di accoglienza pur di non metterli su una strada o in un albergo.
Le famiglie del Cas della Caritas in uscita sono tuttora negli alloggi totalmente a carico della Caritas. A Sant’Antonio di Porto Mantovano, una famiglia espulsa con due bambini piccoli ha visto la mobilitazione del parroco e dei volontari: hanno trovato un lavoro al capofamiglia così da convertire il permesso umanitario in permesso per lavoro, unica possibilità per rimanere. Con il volantino “Una famiglia a chilometro zero” hanno spiegato la volontà di proseguire l’accoglienza della famiglia fino a portarla all’autonomia. Il volantino è stato distribuito a tappeto per far prendere coscienza e chiedere aiuto economico.
Sempre a marzo è uscito il nuovo bando prefettizio per la gestione dei profughi e rifugiati. Sicuramente il valore economico mette tutti con le spalle al muro: 18 euro al giorno tutto compreso a fronte dei 34,90 fino qui elargiti. Vero, c’è chi ha fatto il gruzzoletto con la quota pro capite giornaliera, ma sono coloro che non hanno offerto un servizio di accoglienza strutturata, che hanno messo i profughi in capannoni, che non hanno fornito cibo a sufficienza, né cure mediche né scolarizzazione.
Nel Mantovano hanno lavorato cooperative fiore all’occhiello del terzo settore, e se qualcuna non è stata all’altezza, oggi pagano tutte un prezzo alto: decine di licenziamenti di giovani educatori impiegati in un lavoro mai riconosciuto e apprezzato. Il nuovo bando non chiama più neppure “operatori” i ragazzi che parlano due lingue, ma li chiama “vigilanti”, cioè coloro che devono controllare l’ingresso e l’uscita dalla struttura.
Come dirigente Caritas ho esaminato il bando: è descritto un modello di accoglienza molto distante dalle pratiche di accoglienza diffusa e integrata nate presso la Caritas e nella provincia di Mantova in generale e che hanno dato ottimi risultati. Il nuovo bando dice che non va fornito servizio di alfabetizzazione, né la ricerca di un lavoro, non bisogna iscrivere i profughi a corsi professionali, non hanno diritto alle tre ore gratuite di assistenza legale e non si deve preparare con loro il delicato passaggio alla Commissione territoriale, organismo che determina il rilascio del permesso di soggiorno. Il rischio è di creare semplici parcheggi per migranti, luoghi senza servizi che li qualifichino, tanto che in molti territori le gare sono andate deserte e i bandi sono stati impugnati.
Nel fare accoglienza esistono per la Caritas ragioni etiche e morali che vengono prima di quelle politiche ed economiche. Segnalo l’assenza di una specifica e dedicata procedura di presa in carico dei soggetti vulnerabili, dentro un modello di gestione che rinuncia a ogni prospettiva di accoglienza e integrazione, con particolare riferimento a donne e nuclei con minori. Inoltre è stato eliminato il protocollo d’intesa per l’individuazione e la tutela della vittime di tratta che, negli anni, ha reso possibili percorsi di reale riscatto da situazioni di marginalità e sfruttamento.
Eppure la Caritas ha deciso di proseguire, dicendo chiaramente che non avrebbe fornito piatti in plastica per tre pasti al giorno perché gli appartamenti sono vere e proprie case dove si mangia nei piatti di porcellana, dove ci sono letti con le lenzuola di tela che si lavano in lavatrice. A 18 euro sarà difficile per gli enti gestori garantire i carnet di biglietti mensili per gli autobus. Pensate ai tredici ragazzi ospiti a Borgoforte: se non dessimo loro la possibilità di spostarsi in città per la scuola al mattino e l’agenzia lavorativa o qualche ora di volontariato... cosa potrebbero fare tutto il giorno? Rimanere nel bando è “esserci” con la presenza significativa della Chiesa mantovana. Preoccupa il rischio delle tensioni sociali. La nuova gestione, limitando fortemente strumenti di integrazione e di contatto, avrà necessariamente una ricaduta negativa sul territorio. Inoltre si sta annullando il terzo settore, da sempre attivo per dare un contributo al processo di integrazione.
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