Visto con i nostri occhi
Ad Abol la Chiesa c'è e insegna ad accogliere
La parrocchia si trova in Etiopia: è una realtà recente, formata da molte donne e bambini I missionari forniscono servizi di assistenza e promuovono integrazione tra le etnie locali
29/10/2018
Dopo un mese a Verona per un corso di preparazione alla missione, quattro mesi in Inghilterra per riprendere in mano il mio inglese scolastico, cinque mesi ad Addis Abeba a studiare amarico (lingua ufficiale in Etiopia), un mese di attesa dei documenti per poter risiedere in Etiopia, sono stato tre settimane a Gambella, sede del vicariato di cui Abol fa parte, in attesa che la casa fosse pronta. Mi sono trasferito finalmente ad Abol a fine settembre. Ho celebrato per due domeniche con il parroco precedente, poi ho iniziato a celebrare da solo in anuak (lingua locale ancora tutta da imparare) a partire dalla festa dell’Esaltazione della Santa Croce. In Etiopia è una festa nazionale particolarmente sentita. La sera precedente ci si raduna attorno al falò per recitare il Rosario e pregare insieme. In mezzo al falò viene messa una croce metallica che appare con il consumarsi della legna circostante. Purtroppo, nei giorni precedenti, a Gambella erano successi alcuni scontri tra anuak e nuer, con la morte di alcuni civili. La veglia di preghiera e la Messa del giorno seguente sono state l’occasione per pregare per le vittime e le loro famiglie e per chiedere il dono della pace e della riconciliazione. Dopo la preghiera si è fatto festa condividendo qualcosa da mangiare. Partecipare al momento “profano” è stato il banco di prova per immergermi nella realtà. Tutti ovviamente mi hanno notato (l’unico bianco!) e hanno cominciato a studiarmi. La Messa domenicale è il momento forte della vita comunitaria. Abol è una piccola comunità cattolica, formata da una trentina di adulti, alcuni giovani e tanti bambini. La Messa è davvero una gran confusione! Non mi hanno mai dato fastidio i bambini anche in Italia, figuriamoci qui, soprattutto quando vedi che non sono accompagnati né seguiti dai genitori. Anzi, spesso le donne sono da sole a gestire i figli, nonché i loro anziani. Molto spesso i mariti sono assenti a lungo per lavoro o per lo spostamento delle mandrie in cerca di acqua. Pertanto: come costruire una comunità fatta prevalentemente di bambini e giovani? Come formarli? Con quali adulti? Il sabato mattina è destinato alla catechesi. Nel salone, caldo torrido, tutti insieme dai 3 ai 20 anni, con il bravo catechista John che prega il Rosario commentando i diversi misteri. Occorre pensare come preparare chi non è battezzato, chi deve fare la prima Comunione. Nessuno finora è arrivato alla Cresima! Parecchi si confessano; all’inizio ovviamente non capivo niente, davo l’assoluzione e affidavo tutto a Dio: cos’altro potevo fare per il momento? Molto bello è il cortile della parrocchia, attrezzato e frequentato tutti i giorni: campi da calcio, basket e ping pong, due bigliardini... E d’estate si fa una specie di Grest. La parrocchia di Abol è nata cinque anni fa e da due anni funziona anche una scuola materna per bambini di 5–6 anni (due anni prima dell’inizio delle scuole pubbliche). A livello statale non c’è questo servizio, per cui la Chiesa cattolica si è inserita in questo “vuoto”. Si vuol offrire un’occasione per socializzare, per incontrarsi con bambini di altre tribù e superare i “conflitti” etnici educando fin da piccoli all’accoglienza e al rispetto. Non solo: in Etiopia i bambini sono lasciati a loro stessi e arrivano alla scuola dell’obbligo senza alcuna preparazione e disciplina. Inoltre, viene fornita loro la merenda che spesso è l’unico pasto “decente” della giornata. Essendoci poi la pompa manuale dell’acqua, è anche luogo dove fare il bucato per chi ha bisogno, poiché non esiste acqua nelle capanne. Infine, l’abitazione del prete: due piccole stanze da letto, una sala che fa da cucina e salotto. Semplice, essenziale, dignitosa. Una casetta in mezzo al verde, dietro la chiesa, pronta a ospitare chi volesse condividere con me un periodo di tempo. Zanzariere alle finestre e sul letto, perché la malaria è facile da prendere. Depuratore per l’acqua perché non siamo abituati ai germi africani, casa rialzata perché nella stagione delle piogge tutto attorno diventa fango e si allaga... Occorre un certo spirito di adattamento che anch’io sto imparando piano piano ad avere. Mi mancano tante comodità, possibilità, relazioni. Ne sto costruendo anche qui, ma occorre molto tempo e comunque rimango sempre uno straniero. Ma se questo è il “pezzetto” di Chiesa che Dio mi ha affidato, questa sono chiamato ad amare e servire. Per sostenere la missione di Abol, esiste una raccolta fondi presso la Curia diocesana di Mantova. Occorre specificare il progetto: “Abol Scuola infanzia”, “Abol Library”, “Abol Parrocchia”... E per tenersi in contatto: missione.abol@gmail.com
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