Visto con i nostri occhi
Africa, la Pasqua porti dialogo
Nel Burkina Faso, dove la violenza è diffusa, la Chiesa prova a costruire la pace. Il racconto di padre Paolo Motta, in missione a Ouagadougou
23/04/2019
In occasione della Pasqua voglio unirmi a tutti voi e raggiungervi con alcune notizie, perché questi giorni pieni di grazia siano anche un’occasione per rinnovare la comunione con le persone care, anche se lontane.
La situazione generale del Paese non è tranquilla, anche se la regione centrale dove mi trovo è considerata sicura e il primo ambasciatore italiano in Burkina Faso, Andrea Romussi, è arrivato proprio per dare inizio a una presenza diplomatica. Ai confini, però, gli attentati verso le forze dell’ordine o contro chi rifiuta di collaborare a un certo tipo di ideologia integralista si susseguono, mentre il governo tenta di mantenere la sicurezza. Tra le vittime di questo terrorismo si annoverano anche sacerdoti; alcuni sono scomparsi, altri sono stati pubblicamente uccisi. Tra questi ricordo padre Antonio César Fernandez, un caro amico salesiano assassinato alla frontiera con il Togo, mentre rientrava dal Capitolo provinciale. Anche vari villaggi si sono svuotati perché la gente è fuggita per la paura, riversandosi nei vicini capoluoghi più sicuri o raggiungendola capitale, sempre più ingolfata da una migrazione massiccia.
La Chiesa soffre dove gli uomini soffrono, ma non si limita a guardare. Per dare il suo contributo alla pace, la diocesi di Ouagadougou ha dato un nuovo impulso al dialogo islamo–cristiano, stimolando ogni parrocchia a creare un gruppo di confronto. La popolazione è mista, perché molte famiglie sono composte da persone di religione diversa, ma l’amore non conosce confini e non è infrequente per un musulmano sposare una cristiana o viceversa. Questa convivenza reale è la risposta più evidente alle teorie integraliste; va tutelata e valorizzata. Il cardinale Philippe Nakellentuba Ouédraogo, arcivescovo di Ouagadougou, ha organizzato un pellegrinaggio per le coppie “miste”; le testimonianze che queste hanno raccontato sono state confortanti. Quando la paura del diverso lascia spazio a un incontro ravvicinato che diventa amore fecondo, le barriere si infrangono ed è la cura per la vita che diventa prioritaria. Ringrazio il Signore che mi ha permesso di incontrare queste splendide persone che nella semplicità della loro vita offrono una testimonianza rivoluzionaria.
La missione che ci è stata affidata conosce le sue sfide particolari, che sono quelle di un territorio in progressiva urbanizzazione. Riuscirà l’impulso evangelizzatore originato dalla nascita della nostra nuova parrocchia a far fronte alla crescita della popolazione locale, in un contesto di povertà e disuguaglianze sociali stridenti? Dobbiamo operare su tutti i fronti, dall’annuncio della Parola di Dio all’amministrazione dei sacramenti (l’anno scorso sono stati celebrati cento matrimoni e centinaia di battesimi); le azioni caritative, le iniziative per lo sviluppo, la realizzazione di strutture per il culto e le attività, la collaborazione con la società. Già da prima del nostro arrivo esistevano comunità cristiane molto attive: è grazie alla loro collaborazione che stiamo riuscendo a conoscere il territorio. Ma l’evoluzione è rapida e continua: da un giorno all’altro spuntano muri di nuove costruzioni; l’orientamento è difficile perché ognuno costruisce alla rinfusa e bisogna trovare sempre nuovi percorsi praticabili.
Posso raccontare due esempi di questa evoluzione. Il primo riguarda la cappella di Wapassy dove, dal nostro arrivo, abbiamo iniziato a celebrare la Messa ogni domenica. La gente era molto riconoscente e non sembrava loro vero di poter avere un’Eucaristia settimanale; distribuivamo circa 500 Comunioni. La presenza dei cristiani e l’esistenza di un luogo di culto cattolico si è via via diffusa: la Domenica delle Palme, 1.200 ostie non sono state sufficienti per “sfamare” il popolo di Dio accorso a inneggiare il Signore che entra montando su un asino, come i poveri di questo luogo. Un altro esempio riguarda la mia visita agli ammalati, per le confessioni prima di ogni festa solenne. Uno dei responsabili delle comunità di base mi ha condotto da una signora anziana, Clarisse. Dopo la Confessione e la Comunione ha cominciato a cantare e a ringraziare: «Quando ero nel mio villaggio andavo sempre a Messa alla domenica – mi ha raccontato –. A un certo punto le gambe hanno cominciato a non farcela più: siamo venuti ad abitare in questa periferia e da allora non ho più avuto accesso ai sacramenti. Ora che Gesù è venuto a trovarmi, dopo quattro anni di attesa, la gioia è grande».
In mezzo a persone che hanno sete di risurrezione, anche se non sempre questo vuol dire rialzarsi in piedi, ma certamente è sentirsi abitare dalla nuova vita, vi auguro una buona e santa Pasqua.
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