Visto con i nostri occhi
Alla scuola del vangelo: una Chiesa missionaria attenta alle persone
La prima intervista del nuovo vescovo di Mantova, dopo la nomina, è per il nostro settimanale. Lo ringraziamo di cuore per l’attenzione e soprattutto per lo stile di comunione che ci ricorda nelle sue parole
15/06/2016
Adesso a don Marco si affianca la parola “vescovo”. Quali sono i pensieri e lo stato d’animo di questi primi giorni?
Vorrei rispondere alla domanda con un aneddoto confidenziale. La sera prima della ufficializzazione della nomina sono andato dai miei genitori perché volevo essere io a dare la notizia a loro. Li ho avvisati all’ultimo minuto e questa visita fuori programma li ha un po’ insospettiti. Finita la cena ho condiviso con loro questa chiamata della Chiesa e mio padre ha commentato così: “Beh non è una cosa grave. Noi pensavamo fossi venuto a dirci che eri malato… invece devi diventare vescovo: dovrai servire la Chiesa, come facevi prima, solo che adesso la famiglia è più grande”. In questi giorni l’immagine che mi torna più spesso è quella di Cristo che lava i piedi ai suoi discepoli nel cenacolo; e poi il grembiule che la Chiesa mi chiede di cingere ai fianchi che adesso è diventato più grande perché ci sono più fratelli da servire.

I nostri preti sono oggi più che mai “travolti” da un cambiamento inarrestabile e veloce, non solo della vita della gente, ma anche del loro stesso ministero. C’è un primo pensiero che vorrebbe loro consegnare?
C’è una parola che è entrata massicciamente nel vocabolario ecclesiale ed è la parola “organizzazione”. L’equivoco è pensare subito che organizzare la Chiesa significhi mettere a puntino le commissioni, la gestione delle strutture, la programmazione delle attività pastorali. Ma l’anima della Chiesa è la comunione e questa è un dono che viene da Dio, che passa ai credenti e modella le loro esistenze secondo una nuova modalità di vivere insieme. La comunione è anzitutto una vita e non la possiamo identificare subito con le strutture comunitarie. L’unica struttura che Gesù ha istituito è la Cena che celebriamo in sua memoria, qui attingiamo la vita nuova del Regno, che è appunto la comunione, e a partire dall’accoglienza di questo dono della comunione nasce la comunità. Le opere e le istituzioni della Chiesa servono nella misura in cui manifestano e fanno scorrere tra le persone questa vita di comunione. Nella Chiesa i preti hanno un dono di paternità: organizzano la vita dei cristiani perché sia una vita di comunione a immagine della vita trinitaria. Questa missione non è anzitutto un’impresa che un prete può realizzare da solo: si è padri nella misura in cui si è ricettivi dello Spirito di Dio; solo così si possono generare uomini e donne all’esperienza della vita nuova. L’attuale crisi pastorale della Chiesa mi pare sia una crisi di paternità. Dove c’è un prete che ha il cuore di padre attorno a lui si genera un movimento di relazioni fraterne e una creatività della missione. Perciò il primo pensiero che voglio consegnare ai preti è questo: partiamo dalle persone e non dalla gestione delle strutture. Il primato è per l’incontro, le opere e le attività sono a servizio della vita delle persone e della loro comunione. Continueremo a lavorare con impegno e sui diversi fronti, ma un conto è affaticarsi per organizzare delle attività affinché riescano bene e altra cosa è offrire una fatica d’amore per organizzare la comunione della Chiesa e accompagnare le persone ad assimilare sempre più la vita nuova ricevuta nel Battesimo.

La persona del vescovo spesso diventa punto di riferimento anche per la comunità civile oltre che per quella ecclesiale. Come immagina questo aspetto del suo ruolo a Mantova?
I cristiani condividono con tutti gli uomini del loro tempo gli ambienti normali della vita: il lavoro, la cittadinanza, l’economia, l’arte e la cultura, il tempo libero… La miglior cosa che la Chiesa può fare in favore del mondo è far vedere un modo nuovo di vivere, di essere persone di comunione, liberate dalla paura della morte e dalla mentalità che ne deriva per cui uno deve far di tutto per salvarsi, per affermare che c’è, che ha un valore unico e che se vuole difenderlo deve prevalere sugli altri. Gesù ha lasciato ai suoi discepoli anche un metodo di presenza nel mondo: essere come lievito nella pasta. Credo che la Chiesa debba anzitutto aiutare i credenti a mantenere la qualità “cristiana” della loro presenza nel mondo. Sul lavoro, ad esempio, un cristiano è mescolato con tutti gli altri e lo si può individuare perché porta una capacità di comunione, che viene percepita a motivo dello stile con cui si relaziona con l’ambiente, a cui si unisce una competenza professionale che suscita stima. Il lavoro è un grande luogo di convivenza che può diventare anche un ambito di evangelizzazione: mentre si lavora gomito a gomito si condivide non solo l’esperienza ma anche la sapienza della vita, che passa attraverso semplici scambi di idee per commentare ciò che accade. Oltre alla professionalità c’è anche la cittadinanza come ambito in cui la Chiesa può aiutare i cristiani laici a maturare un modo costruttivo di essere nel mondo. I cristiani non devono tacere rispetto alle vicende e alle sorti della storia e lo fanno secondo la loro indole propria, che è quella di parlare dall’interno della convivenza umana. Come tutti i cittadini, i cristiani parlano e fan proposte in nome di tutti quelli che vivono in un medesimo territorio. Condividono con loro le stesse difficoltà e la ricerca delle soluzioni migliori.

Un pensiero a quanti si sentono parte della Chiesa e uno a quanti, per varie ragioni, la sentono invece distante o estranea.
A chi vive un’appartenenza alla Chiesa suggerisco di sentire che questa è una grazia, cioè un dono di Dio, e non l’esito di uno sforzo individuale. Mi auguro che per tutta la Chiesa quest’anno giubilare non rappresenti una “parentesi di misericordia” che si chiude tra qualche mese, ma che prosegua sull’onda della riforma della Chiesa di cui parla Papa Francesco. La misericordia non è un sentimento di benevolenza che Dio riserva all’uomo in un tempo eccezionale come è quello del giubileo. La misericordia è l’unico nome capace di esprimere come vive Dio in sé stesso e verso noi uomini: Dio vive includendo l’altro; il Padre include il Figlio, il Figlio il Padre, il Padre include i figli prodighi. Da questa capacità inclusiva di Dio che accoglie in sé i peccatori nasce la Chiesa che è una comunità di redenti, di figli perdonati e fatti nuovi per grazia di Dio, dunque non una comunità di perfetti, di puri, di uomini migliori, ma di uomini accolti da Dio che a loro volta si accolgono. Sentiamo di appartenere a una Chiesa della misericordia, resa bella da Cristo.
Mi chiedi poi una parola per chi sente la Chiesa distante. Immagino vi siano situazioni molto diverse. In questo momento penso a una categoria che ho incontrato spesso in questi anni che è quella dei “cristiani delusi”. Dietro alle loro difficoltà rispetto alla Chiesa si nasconde talvolta il desiderio di incontrare una Chiesa idealmente perfetta, ma questa non sarebbe più la Chiesa di uomini e donne concreti che Dio raccoglie non perché sono dei campioni di virtù ma dei peccatori che Lui vuole salvare e rinnovare. Spero che questi fratelli possano incontrare una comunità cristiana che sia un’immagine bella della Chiesa proprio perché si presenta come un’umanità redenta, accolta da Dio e accogliente.

Don Marco, per un certo numero di anni è stato un insegnante di teologia; ora questa attività finisce?
Penso di no, almeno non del tutto, visto che ogni cristiano è teologo per il fatto stesso che l’amore di Dio implica la conoscenza. Noi oggi siamo abituati a pensare alla teologia come a una scienza accademica che si svolge nelle aule universitarie e nelle biblioteche. Certamente questo è un aspetto del lavoro teologico, ma non è sempre stato così. All’epoca dei Padri della Chiesa i vescovi stessi erano i primi teologi delle comunità cristiane. La teologia si faceva “in chiesa”, era una riflessione ecclesiale a partire dalla liturgia, cioè dalla vita nuova ricevuta nei sacramenti. Questi vescovi erano “padri” per le loro chiese non solo perché le generavano alla fede con la predicazione e la liturgia, ma perché aiutavano i cristiani a formarsi una mentalità che concordava con la vita nuova ricevuta nei sacramenti. Penso che oggi sia urgente superare il divorzio tra la pastorale e la teologia, di cui paghiamo pesanti conseguenze. Se avulsa dalla vita concreta della Chiesa, la teologia rischia di essere un esercizio scientifico che interessa pochi iniziati, uno studio erudito ma poco incisivo per il cammino ecclesiale; d’altra parte, senza una sapienza teologica, la pastorale rischia di scadere in una gestione delle attività della Chiesa senza ispirazione e senza discernimento.

Don Marco, ha qualche desiderio per lei?
Anzitutto vorrei rimanere cristiano proprio per il fatto di essere diventato vescovo. E un cristiano vive di fede, attaccato alla Parola di Dio, ascoltando il cuore per cogliere le ispirazioni dello Spirito, con l’Eucaristia quotidiana al centro delle giornate, inserito nella comunità. Poi vorrei custodire una vita semplice, anzitutto perché la semplicità lascia liberi e anche perché il cuore semplice sa coniugare la profondità spirituale con le cose concrete della vita. E poi mi piacerebbe continuare a vivere le amicizie: gli amici sono la vera ricchezza della vita, soprattutto gli amici con cui condividiamo la fede. Non a caso l’amicizia è stata la prima via missionaria che la Chiesa ha percorso per parlare al mondo del Vangelo e creare una simpatia con i popoli e le loro culture.
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