Mantova cultura 2017
Anna Bolena metaforica e dalle tinte scure
L'opera di Donizetti ha inaugurato la Stagione a Parma
21/01/2017
(Recensione) Anna Bolena è morta divorata: dilaniata dalle proprie paure, dai fantasmi della mente che hanno assunto sembianze umane inquietanti, mentre gli invitati a una festa la guardavano impassibili sorseggiando calici di champagne. L’opera di Gaetano Donizetti ha fatto ritorno al Teatro Regio di Parma - in una nuova coproduzione con il Carlo Felice di Genova - dopo quarant’anni di assenza, con un allestimento complessivamente ottimo ancorché soggetto al paragone con la recente edizione di Bergamo, divenuta punto di riferimento.

Alfonso Antoniozzi ha dettato una cupezza multiforme, fin troppo ricca di spunti metaforici lasciati volutamente aperti (taluni irrisolti), che hanno scavato nel rodimento interiore dei singoli più che aver delineato i contorni storici della vicenda. La quale è stata inserita in un ibrido temporale straniante, spintosi arditamente dal 500 alla modernità, facendo tappa negli anni 40 del Novecento. Gianluca Falaschi ha immaginato i coristi in abiti da sera; ha vestito il Re con un pelliccione arruffato; ha cinto di femminilità androgina il paggio Smeton; ha coperto il dimesso vestituccio nero di Giovanna con un mantello candido dove si fronteggiavano due volti femminili abbozzati e indistinti; ha accessoriato la Bolena, riformatrice della Chiesa, di una cappa raffigurante una vetrata policroma.

Già dall’ouverture, gli ectoplasmi in carne e ossa, probabilmente le infelici consorti passate e future dell’irrequieto Enrico VIII, si sono contorti mentre le guardie indossavano elmi dai lunghi becchi metallici, come avvoltoi nell’atto di guatare la vittima in attesa di pascersi delle sue carni. Infine le personificazioni delle ossessioni si sono ammucchiate a comporre il trono scosso dai fremiti, e uno scettro con una maschera è passato di mano in mano sottintendendo un gioco di rimandi. Per Antoniozzi, Anna Bolena e la rivale in amore sono donne prima ancora che regine. Nell’atmosfera asciutta dettata dalle videoproiezioni (Monica Manganelli), con una struttura arabescata a fendere il vuoto, le rivali si sono abbracciate spasmodicamente, avide di condivisione, di reciproca comprensione o forse soltanto in cerca di un placebo per affrontare le comuni ansie: esse vivono in una Corte dominata dagli uomini ma dove è il potere, a incutere angoscia.

Solitamente è un bene, quando il Direttore si muove in sinergia con il palco. Non nel caso in cui la cupezza scenica dilaghi anche nel tessuto musicale, come avvenuto sotto la bacchetta di Fabrizio Maria Carminati, slegata, in cerca di compattezza in buca, dove ha trovato posto la valente Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna, e tra questa e i cantanti. Carminati è stato prodigo in tagli quanto avaro in colori e preziosità - con le quali Donizetti sottolinea magistralmente lo strazio interiore, la disperazione spinta a lambire la follia - fino ad avere insabbiato gli accenti in dinamiche ristagnanti.

Yolanda Auyanet ha dato il meglio della propria espressività nelle mezze voci che hanno tornito la gamma coloristica notevolissima, nella malleabilità del timbro, nella linea di canto suadente e omogenea; caratteristiche tradotte in una Bolena di straziante drammaticità. Con lei, ha instaurato un’interessante sinergia vocale Sonia Ganassi, il cui grande lavoro sulla parola e sulla nota è sfociato nel fraseggio di squisita fattura, capace di cingere di molteplici sfaccettature emotive il ruolo di Giovanna Seymour, non seduttiva anzi intimorita. Nomen omen, il timbro è risultato bello in ogni registro per Martina Belli, Smeton, che ha padroneggiato il mezzo vocale con brillantezza. Avendo assistito all’anteprima/prova generale, abbiamo potuto apprezzare, nei panni di Lord Percy, Maxim Mironov prima che fosse messo ko dall’epidemia influenzale. Il tenore, dalla voce chiara, ha superato agevolmente la parte difficile dalla tessitura molto alta, che ha sostenuto con la linea di canto estremamente elegante. Marco Spotti è stato, scenicamente come vocalmente, un Enrico VIII solido ma poco imperioso. Determinato Lord Rochefort, Paolo Battaglia. Completava adeguatamente il cast Alessandro Viola, Hervey. Scenicamente costretto all’immobilità ai lati della pedana centrale ma mossosi disinvoltamente nel dettato donizettiano, il Coro del Regio diretto da Martino Faggiani.

Applausi per il cast, soprattutto per la componente femminile; freddezza nei riguardi della regia e qualche dissenso al Direttore.

Maria Luisa Abate

(Foto di Roberto Ricci)





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