Visto con i nostri occhi
Balcani, viaggio per scoprire che la pace non è un sogno
Da Zagabria a Mostar, con le tappe di Sarajevo e Medjugorje: l’insolito Capodanno per 43 ragazzi, coinvolti dal Centro per la pastorale giovanile
13/01/2020
Partiti con il buio e il freddo della notte, senza nemmeno aver troppo chiaro come si chiamassero o che faccia avessero i compagni di viaggio, ma pur sempre tutti insieme e pronti per il viaggio che li stava per aspettare: i Balcani, a due passi da noi, eppure terra così sconosciuta e che cela segreti e dolori. L’esperienza proposta dal Centro diocesano per la pastorale giovanile si è svolta dal 28 dicembre al 1º gennaio, con la partecipazione di quarantatré ragazzi. Sono stati inizialmente accolti in una casa della Caritas a Zagabria, in cui si ospitano bambini e ragazzi con svariate problematiche: qualcuno si è commosso, qualcuno ha sorriso, qualcuno ha pensato a quante ingiustizie esistono nel mondo...ma respirare così tanto amore come si è respirato in quel luogo, accade ben poche volte.
Il gruppo ha poi visitato la città, la Cattedrale e la sagrestia per ammirare gli affreschi più antichi della Croazia, ascoltando anche la storia del cardinale Alojzije Viktor Stepinac (1898–1960), beatificato da Giovanni Paolo II nel 1998. Sono affiorate tutte le domande personali a cui faceva da sfondo la Repubblica di Croazia: siamo fratelli, ma quante volte rischiamo di esserlo come lo erano Caino e Abele, percependo i nostri fratelli come inconsistenti? La paura del vuoto sparisce solo quando ci mettiamo al servizio degli altri: riconoscersi figli dello stesso Padre e non gareggiare tra di noi. Il viaggio è continuato scendendo fino in Bosnia Erzegovina e a Sarajevo, considerata la Gerusalemme d’Europa grazie alla capacità di convivenza delle religioni: la moschea, la chiesa cattolica e quella ortodossa, infine la sinagoga.
Se siamo tutti fratelli, perché ci siamo fatti la guerra? I giocattoli dei bambini per cui la guerra non doveva e non poteva esistere: la perdita di un genitore, la perdita di un amico, la perdita delle proprie cose. La perdita dell’ingenuità che mai verrà riconsegnata. Il gruppo ha attraversato le vie innevate di questa capitale piena di storia, di conflitti e di lacerazioni che si stanno sanando solo dopo tempo, solo dopo aver capito che «tu fai parte di me, io faccio parte di te», avendo cura dei dettagli di creatività d’amore perché solo per mezzo dei dettagli ognuno può farsi prossimo all’altro.
I giovani si sono preparati alla salita del monte a Medjugorje: come si entra in relazione con la fatica della salita? Non esiste una risposta, dobbiamo trovarla in noi domandandoci: come stiamo “dentro” e che cosa viviamo? Che cos’è davvero la misericordia di Dio? I giovani sono saliti sul monte affidando le proprie preghiere, con qualche lacrima lasciata sulle pietre aguzze e scivolose, con qualche persona affidata e con i loro pensieri che, quasi sempre, avevano un nome. Sono entrati in contatto con la comunità Cenacolo, con i ragazzi e con le ragazze ospitati, venendo travolti, ancora una volta, da un calore umano potentissimo. Da ultimo la città di Mostar e i suoi ponti: la divisione lacerante di una città che ora ha ritrovato la pace, ma che è arrivata a distruggersi annichilendosi per vedere chi era più forte, chi avrebbe vinto, chi poteva comandare.
La guerra fuori, ha un corrispettivo dentro? E come si fa a finire questa guerra interiore ed esteriore? Semplicemente accettando di combatterla così da renderla occasione d’incontro con Dio: lasciarsi dare un nome nuovo, pur non dimenticando da dove si è venuti e per dove si è passati. La veglia di fine anno ha concesso l’occasione di entrare in contatto con le guerre interiori di altre persone, dei propri fratelli, concedendo di vedere il risultato della loro guerra e dell’incontro con il Signore. Tutto si è concluso con la Messa e con gli auguri tra semisconosciuti che in comune avevano una sola consapevolezza: se i ragazzi erano tutti lì, c’era un motivo. Hanno concluso la serata festeggiando il nuovo anno e il nuovo decennio con nuovi propositi e nuove speranze, con tante preghiere, una chitarra e le hit classiche italiane urlate per le strade, con il cuore pieno di gioia e che batteva all’unisono. E pensare che quei quarantatré, all’inizio, quasi non si conoscevano e pensavano di non avere poi così tanto da condividere.
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