Visto con i nostri occhi
Beatitudini evangeliche «bussola» alla santità
Alcune indicazioni per leggere la recente esortazione apostolica «Gaudete et exsultate» scritta da papa Francesco. Nel testo emerge l’invito ad appartenere innanzitutto a Dio
02/05/2018
Chi sono i santi e le sante? Dietro a questa domanda – che guida la nuova esortazione apostolica di papa Francesco Gaudete et exsultate – in realtà si rivela la visione antropologica di Bergoglio: la domanda sulla santità è quella sull’essere uomo/donna, su quale sia l’umanità secondo la prospettiva evangelica.
Nel primo capitolo il Papa invita a non pensare solo ai santi «già beatificati o canonizzati» e ricorda che «non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo. Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato» (n. 6). È importante notare proprio qui, tra le righe, che Francesco indica nella relazione l’identità fondamentale dell’essere uomo/donna: l’essere umano è “persona” (“essere–con”) e non “individuo”. Se santità/umanità vogliono dire relazione, «non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio» (26).
Nel secondo capitolo Francesco mette in guardia da due «sottili nemici»: gnosticismo e pelagianesimo, che portano a due visioni antropologiche molto distanti da quella evangelica. È «tipico degli gnostici credere che con le loro spiegazioni possono rendere perfettamente comprensibili tutta la fede e tutto il Vangelo. Assolutizzano le proprie teorie e obbligano gli altri a sottomettersi ai propri ragionamenti» (39). Lo gnosticismo è pericoloso perché “rcentra” l’individuo su di sé, sulle proprie teorie, sui propri ragionamenti. Si finisce per compiacersi delle proprie parole e ci si chiude all’azione salvifica di Dio.
I pelagiani sono coloro che trasmettono l’idea che «tutto si può fare con la volontà umana, come se essa fosse qualcosa di puro, perfetto, onnipotente, a cui si aggiunge la grazia. Si pretende di ignorare che “non tutti possono tutto” e che in questa vita le fragilità umane non sono guarite completamente e una volta per tutte dalla grazia» (49). Il Papa aggiunge che «la prima cosa è appartenere a Dio. Si tratta di offrirci a Lui che ci anticipa, di offrirgli le nostre capacità affinché il suo dono gratuito cresca e si sviluppi in noi» (56). È una logica “eucaristica” quella della santità/umanità cristiana (che vive cioè il dono e non la centratura narcisistica sul sé). Ma ci «sono ancora dei cristiani che si impegnano nel seguire un’altra strada: quella della giustificazione mediante le proprie forze», che «si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero amore» (57).
Nel terzo capitolo, Francesco presenta le beatitudini evangeliche come «la carta d’identità del cristiano». E le rilegge attualizzandole. «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». «Le ricchezze non ti assicurano nulla. Anzi, quando il cuore si sente ricco, è talmente soddisfatto di se stesso che non ha spazio per la Parola di Dio, per amare i fratelli» (68). «Beati i miti, perché avranno in eredità la terra». Il Papa ricorda che «anche quando si difende la propria fede e le proprie convinzioni, bisogna farlo con mitezza, e persino gli avversari devono essere trattati con mitezza. Nella Chiesa tante volte abbiamo sbagliato per non aver accolto questo appello» (73). «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati». «La persona che vede le cose come sono realmente si lascia trafiggere dal dolore e piange nel suo cuore è capace di raggiungere le profondità della vita e di essere veramente felice» (76). «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati». «La giustizia che propone Gesù non è come quella che cerca il mondo, molte volte macchiata da interessi meschini, manipolata da un lato o dall’altro. La realtà ci mostra quanto sia facile entrare nelle combriccole della corruzione, far parte di quella politica quotidiana del “do perché mi diano”, in cui tutto è commercio» (78). «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia». «Tutto quanto vorrete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Il Catechismo ci ricorda che questa legge si deve applicare in ogni caso» (80). «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio». «Il mondo delle dicerie, fatto da gente che si dedica a criticare e a distruggere, non costruisce la pace» (87). Mentre i pacifici «costruiscono pace e amicizia sociale» (88). «Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli». «Se non vogliamo sprofondare in una oscura mediocrità non pretendiamo una vita comoda» (90). «Non si può aspettare, per vivere il Vangelo, che tutto intorno a noi sia favorevole» (91).
Le beatitudini, insomma, fanno brillare l’umanità del Signore Gesù nella quale siamo stati immersi nel Battesimo e, per questo, possono diventare la via concreta per accogliere sempre meglio la nostra santità/umanità. E questo senza cadere nel duplice abbaglio di una presunta concretezza senza solida spiritualità o di una indebita spiritualizzazione senza vero contatto con la storia (l’incarnazione afferma entrambe le realtà come un unicum e un proprium dell’umano).
Nel quarto capitolo, Francesco presenta alcune caratteristiche «indispensabili» per lo stile di vita del santo. Si inizia con sopportazione, pazienza e mitezza. Come si può notare, ancora una volta qui è in gioco lo “stile” delle relazioni con Dio e tra di noi. Bergoglio sintetizza questi elementi in una parola: «Audacia, entusiasmo, parlare con libertà, fervore apostolico, tutto questo è compreso nel vocabolo parresia» (129). Dunque bisogna superare la tentazione di «fuggire in un luogo sicuro che può avere molti nomi: individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi, dipendenza, sistemazione, ripetizione di schemi prefissati, dogmatismo, nostalgia, pessimismo, rifugio nelle norme» (134). Estroversione, quindi, come indice positivo di umanità, di relazionalità, di santità. Estroversione non come esaltazione del “fare” tout court, ma come apertura massima all’azione dello Spirito Santo in noi.
Il quinto e ultimo capitolo avverte che il cammino per la santità è anche «una lotta costante contro il diavolo, che è il principe del male» (159). Il «male» citato nel Padre nostro è «il Maligno» e «indica un essere personale che ci tormenta» (160). «Come sapere se una cosa viene dallo Spirito Santo o se deriva dallo spirito del mondo o dallo spirito del diavolo? L’unico modo è il discernimento», che «è anche un dono che bisogna chiedere» (166). «Al giorno d’oggi l’attitudine al discernimento è diventata particolarmente necessaria. Tutti, ma specialmente i giovani, sono esposti a uno zapping costante. Senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento» (167). Pertanto il Papa chiede «a tutti i cristiani di non tralasciare di fare ogni giorno un sincero esame di coscienza» (169).
La Cittadella Mantova La Cittadella Mantova