Visto con i nostri occhi
Beni confiscati, lo Stato vince
Nel Mantovano sono 46 le proprietà sottratte alla mafia. Immobili e aziende vengono gestiti da associazioni o enti con progetti sociali. L’esempio di Suzzara: una casa ospiterà alloggi popolari
09/12/2019
Colpire il patrimonio accumulato con affari illeciti per indebolire la mafia. E, al tempo stesso, dare l’idea di uno Stato presente, impegnato per la legalità e vicino ai cittadini onesti. Il sequestro e la confisca di beni sono stati istituiti da una legge del 1982, più volte modificata. Il sequestro è imposto quando il valore dei beni è sproporzionato rispetto al reddito dichiarato dal proprietario, oppure quando si ritiene frutto di attività criminali. A seguito di indagini, il sequestro può portare alla confisca definitiva del bene. La proprietà passa allo Stato, attraverso l’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati (Anbsc).
Gli immobili o aziende appartenuti a esponenti della criminalità organizzata vengono distinti tra beni “in gestione” e “destinati”. La prima categoria comprende proprietà non ancora trasferite ad altre amministrazioni pubbliche o a enti locali, quindi ancora gestiti dall’Anbsc. Della seconda, invece, fanno parte i beni per i quali la procedura è conclusa. A quel punto, la gestione compete direttamente alle amministrazioni che possono utilizzarli per ragioni istituzionali o progetti sociali. «La restituzione alla società di beni frutto di attività criminali è un messaggio di speranza, rivincita e giustizia – sottolinea Nicola Leoni, sindaco di Gazoldo e vicepresidente di Avviso Pubblico, realtà impegnata contro le mafie –. L’Agenzia a cui è affidata la gestione va però rafforzata. A fine 2018, il Parlamento ha approvato interventi al riguardo, per migliorare le procedure. È un passo in avanti al quale va affiancato un percorso di formazione per gli enti locali che si trovano a gestire questi beni sul territorio».
Le misure di sequestro e confisca di beni ha interessato la nostra provincia e ciò conferma la presenza sempre più radicata dei clan al Nord. Nel Mantovano sono in totale 46 i beni confiscati, suddivisi tra aziende e immobili. Della prima categoria fanno parte cinque imprese, distribuite in vari Comuni: due a Mantova (settore costruzioni e alberghi) e le altre a Bozzolo (attività immobiliari), Dosolo (costruzioni) e Roverbella (costruzioni). Tutte queste aziende sono “in gestione”, cioè confiscate ma ancora in attesa di essere riassegnate. Gli immobili confiscati, invece, sono 41, di cui 33 in gestione e 8 già destinati a un nuovo utilizzo. Si tratta di edifici che possono essere usati in vari modi: come abitazioni, alloggi o per finalità commerciali. Anche questi sono sparsi per la provincia: tre a Serravalle Po, due a Bozzolo e a Suzzara, uno a Borgo Virgilio.
A Suzzara, per esempio, c’è una casa appartenuta a un esponente della Sacra corona unita, criminalità organizzata pugliese. Vi ha abitato fino a metà anni Novanta, quando decise di trasferirsi. In seguito, fu condannato in via definitiva per «criminalità organizzata di stampo mafioso» e gli vennero confiscate alcune proprietà. Tra queste, appunto, una casa a Suzzara. «Nel 2008 l’immobile fu trasferito al Comune di Suzzara – spiega Raffaella Zaldini, attuale assessore alla Valorizzazione del territorio – con un apposito decreto dell’Agenzia del Demanio. Sulla casa pendeva un mutuo non pagato. La situazione si è sbloccata solo nel 2011, grazie all’intervento di Regione Lombardia che ha messo a disposizione 95mila euro per estinguere il mutuo».
Risolte le pendenze economiche, sono partiti i lavori per sistemare l’edificio. Nella villetta sono stati ricavati tre appartamenti: permetteranno di dare una casa a persone con basso reddito. «Mancano ancora alcuni allacci alle utenze – aggiunge l’assessore – poi l’amministrazione comunale è pronta ad assegnare con un bando gli alloggi di edilizia popolare». Il valore del progetto va oltre il recupero di un edificio per finalità sociali. Significa restituire alla comunità un bene collegato ad attività illecite. È la prova che lo Stato può ricucire le ferite, culturali e sociali, provocate dai clan. Un modo per far ritrovare ai cittadini la fiducia nelle istituzioni: dove si diffonde giustizia e onestà, la mafia perde. «Fu Giovanni Falcone a strappare alla mafia il primo bene – sottolinea Zaldini –, un immobile nel quartiere palermitano di Altarello di Baida. Confiscare un immobile o un’azienda alla criminalità significa riappropriarsi di ciò che è stato sottratto ai cittadini. È la risposta di una comunità sana a ogni forma di illegalità».
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