Visto con i nostri occhi
Brasile: una fase difficile con radici profonde
Una Nazione con una grande ansia di libertà e che tuttavia non l’ha mai raggiunta pienamente
09/06/2016

Luigi Caramaschi

Il clima… (non quello meteorologico)
Provo a parlarvi di una storia che risale, senza interruzione, all’epoca della conquista coloniale. Da allora il popolo brasiliano continua oppresso e spremuto in permanente schiavitù: dagli indios delle origini ai negri delle deportazioni, dai senza terra nelle immense regioni dell’interno alle masse dei ‘favelados’ nelle città. Anche dopo l’indipendenza, nel secolo appena trascorso, lunghi periodi di dittatura hanno ferito i figli di una nazione che, pur non avendola mai vissuta pienamente, la libertà ce l’hanno impressa nello spirito così come il colore della pelle sul corpo.
Élites neocoloniali hanno sempre transitato da periodi democratici a periodi totalitari e sono passate indenni nei processi di democratizzazione. Don Dante e don Claudio hanno conosciuto in prima persona i periodi del regime e don Maurizio è stato perfino vittima nella transizione democratica.
Quanto sta succedendo ora con l’impeachment della presidente Dilma deve essere letto nell’orizzonte dell’intera America Latina dove ogni tentativo geopolitico di aprire un cammino alternativo all’imperialismo del Nord America viene regolarmente sviato dalla sua matrice popolare e rovesciato da forze conservatrici di restaurazione. La macchinazione per la destituzione della presidente ha lasciato un sapore di colpo di Stato, ma non ne ha le caratteristiche giuridiche e nemmeno le dinamiche operative. Il governo ‘ad interim’ costituitosi come paladino dell’anticorruzione risulta composto da indagati con illegalità e reati anche più gravi di quelli dei loro avversari e con la connivenza del potere giudiziario. Si tratta di corrotti implicati in corruzione tanto quanto e anche più di coloro che hanno voluto destituire per corruzione.

La speranza è nata diversamente… abile
Dopo l’ennesima candidatura senza successo, nel 2002 Lula si è aperto agli interessi del sistema liberale e ha potuto così raggiungere l’elezione a presidente della repubblica con il PT, partito dei lavoratori di ispirazione popolare che è rimasto al governo fino all’attuale impeachment. Da subito e per tutto il tempo di Lula e di Dilma al potere, i movimenti popolari si sono spenti nella convinzione che al governo era arrivato chi avrebbe difeso i poveri, in realtà, Lula prima e Dilma poi hanno potuto governare da alleati del neoliberalismo favorendone gli interessi.
Per la parte di ispirazione popolare, in realtà, i loro governi hanno messo in atto programmi sociali, senza mai riuscire, però, a finalizzarli a una vera e propria inclusione sociale e ad andare oltre l’assistenzialismo. Sono stati, anzi, proprio i programmi assistenzialisti a fare da copertura ai dispendiosi PAC (Programmi di Accelerazione e Crescita dello sviluppo) e a trasformarsi rapidamente in riserve elettorali per le loro elezioni e rielezioni.

Quando non si prevedono… gli imprevisti
Dilma, secondo presidente del PT, ha continuato a governare nella stessa linea di Lula ma con la differenza che, nel frattempo, erano venute meno le precedenti condizioni favorevoli. La conseguenza è stata la caduta dell’economia. Durante tutta la sua traiettoria al potere, di fatto il PT come governo di sinistra, non aveva mai interrotto i suoi favori alla capitalizzazione dei beni nelle mani dell’oligarchia politica ed economica, come se il Brasile non dovesse avere mai problemi o necessità di politiche di austerity come stava accadendo in Europa.
Nelle mutate circostanze nazionali e internazionali una forte depressione economica ha portato nuovamente il Paese alla svalutazione della moneta e all’aumento dell’inflazione. Vari Stati federali sono arrivati alla bancarotta, ospedali e sanità hanno subìto tagli proprio nel momento dell’esplosione di vecchie e nuove epidemie come, ad esempio, la dengue e la zika. Terminate alcune grandi opere tra cui la costruzione degli stadi nell’anno dei mondiali, anche la disoccupazione è ritornata a crescere così come la violenza civile alimentata dalle diverse forme di marginalità e dall’assenza della giustizia istituzionale.

La svolta… all’indietro
È in tale contesto che le élites dell’oligarchia neocoloniale, con l’obiettivo di invertire la situazione di crisi economica, coperti da legalità giuridica, non certo etica, hanno architettato in forma drastica la destituzione della presidente. Questa sostituzione di un mal governo “populista” con un mal governo “capitalista” avrà ora una ricaduta sulle fasce sociali meno tutelate. Alla povertà mai sradicata di grandi masse si aggiungeranno tagli ai programmi nelle politiche sociali non facilmente sopportabili nella sopravvivenza quotidiana di molta gente. Per contro, l’espansione del latifondo e dell’agroindustria non avranno più ostacoli mentre le speranze di qualche parziale azione di riforma agraria e di qualche passo verso la demarcazione delle terre degli Indios verranno ulteriormente sacrificate.
Nella profonda instabilità istituzionale creatasi, il presidente ad interim Temer avrà la più ampia possibilità di far passare il suo programma di governo chiamato “Ponte per il futuro” il cui obiettivo sarà privatizzare tutto quello che sarà possibile privatizzare. In questa promiscuità di governi e politiche, democrazie e regimi, demagogie e corruzioni, i popoli a cui ci sentiamo prossimi, i poveri, gli unici che hanno perso sempre le elezioni, quelli che, soli, pagheranno a prezzo del sangue e della vita l’insensata farsa del potere e del capitale che uccidono, dovranno continuare a lottare e a lottare in una lotta ancora più dura.

In conclusione… bisogna ripensare
Non c’è una parte preferibile, né quella della Dilma né quella di chi l’ha destituita. Non c’è nemmeno un nuovo leader alternativo. Anche noi in Italia e in Europa spesso non siamo capaci di organizzarci per fare fronte a governi capitalisti, oligarchici e miopi che lasciano fuori i poveri e sacrificano la vita e la sua dignità. Bisogna ripensare tutto, non smettere di ripensare, bisogna condividere, leggere criticamente la realtà, assumere forme di solidarietà e difendere la vita sulla terra insieme con quanti pagano il duro prezzo dell’esclusione dal banchetto della vita.
Non possiamo fingere che non esistono due lati, ma non sono quelli imposti dalla congiuntura. Uno è il lato dei padroni di tutto e di tutti i privilegi, l’altro è il lato di quelle e di quelli che sono spogliati di tutto. A partire da queste e da questi possiamo intravedere e costruire il futuro” (Babau caciqui dos Tupinambàs)
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