Visto con i nostri occhi
Cambia il mondo del lavoro, non la dignità delle persone
Stiamo vivendo un profondo cambiamento strutturale dell'economia mantovana. I racconti di chi è riuscito a ripartire dopo un licenziamento
11/12/2017
«Non c’è pace laddove manca lavoro o la prospettiva di un salario dignitoso» denunciava papa Francesco nel 60º anniversario della firma dei Trattati di Roma, che di fatto istituivano la Comunità economica europea. Perché «senza il lavoro si può sopravvivere ma per vivere occorre il lavoro».
Lo sanno bene i lavoratori mantovani: nel solo polo industriale al di là dei laghi in questi anni si sono persi 720 posti di lavoro, più altri 1.500 di indotto, che vanno dalle imprese artigiane a quelle di pulizia. Altrettanti lavoratori del cosiddetto “distretto della calza” nell’Alto Mantovano si sono trovati a spasso senza prospettive di ripresa, di reinserimento, di trasformazione. Per non parlare della crisi nell’edilizia, attenuata solo in parte dai recuperi post-sisma.
Quella che stiamo attraversando non è solo una crisi, ma una trasformazione strutturale del tessuto economico locale. Nonostante l’industria italiana rimanga trainante, la quota di lavoratori è destinata a ridursi. Dai dati diffusi dalla Cgil si evince che le ore lavorate, indipendentemente dal tasso di disoccupazione, sono calate decisamente: servono meno persone a fare un determinato lavoro, e questo “grazie” all’automazione. La sensazione è che gran parte dei posti persi in questi anni non siano recuperabili, se non in misura limitata, perché alcune professionalità non esistono più.
Forse, per dare una scossa, varrebbe la pena rispolverare a livello locale la tanto bistrattata "Strategia di Lisbona" (del 2000), che si poneva l’obiettivo di fare dell’Unione europea «la più competitiva e dinamica economia della conoscenza entro il 2010»: innovazione, informatizzazione, ricerca scientifica. Ora, diciassette anni dopo, in Italia si parla di Industria 4.0, un piano di sviluppo che prosegue come Impresa 4.0 per incentivare le imprese a investire sulle nuove tecnologie, creando e diffondendo competenze in grado di supportarle nella digitalizzazione. «Le azioni attese – dice Dino Perboni della Cisl Asse del Po – sono molteplici: valorizzazione e semplificazione dell’apprendistato, detassazione di nuovi modelli di organizzazione del lavoro, patti intergenerazionali per la riqualificazione dei lavoratori e rafforzamento dell’alternanza scuola-lavoro». Basterà a recuperare terreno sulle competenze digitali e a invertire una tendenza che relega la formazione a un ruolo marginale?
Invece di continuare a incentivare il mercato del lavoro, si dovrebbe provare a indirizzare il cambiamento: nessuna politica del lavoro crea lavoro, ma una politica industriale forse sì. E qualcosa, in questa direzione, è successa a Mantova. «C’è grande fiducia per la conferma dell’investimento industriale di Progest e Versalis – continua Perboni – realizzando un equilibrio tra salute dei cittadini e lavoratori e crescita economica e occupazionale».
Ci sono anche storie a lieto fine, come quella di Angelo Biondo. «Con la chiusura della Burgo, dove lavoravo dal 1980, si è conclusa un’esperienza in modo traumatico. Comunicare a moglie e figlio una notizia simile non è stato facile, ma bisognava farlo senza ricercare alibi. Mi sono ritrovato disoccupato a 57 anni e per di più invalido del lavoro, a seguito di un gravissimo infortunio accaduto in azienda. A fine 2015, dopo un anno di cassa integrazione straordinaria e 18 mesi di mobilità, un amico mi ha segnalato un’opportunità alla Levoni di Castellucchio. Ho cercato di coglierla al volo e ora mi trovo, seppur con contratto a termine, in un contesto che mi fa esprimere al meglio la professionalità acquisita nell’esperienza precedente».
Anche Giovanni Scavazza, all’Icip, poi Ies, poi Mol per trent’anni, prima con il suo papà e negli ultimi tempi con il figlio, terza generazione a vivere in fabbrica, ha una storia da raccontare: sposato, quattro figli, famiglia monoreddito dopo che la moglie ha perso il lavoro per la crisi, è uno dei 312 licenziati su 400 lavoratori della raffineria. «Era il 2013 e avevo 55 anni. Operatore su impianti complessi, lavoravo in autonomia. Mi sembrava impossibile non riuscire a rientrare nel mondo del lavoro in una professionalità più bassa, eppure. Ero deluso, arrabbiato, la preoccupazione non mi faceva dormire. Poi gli enti locali si sono attivati con un “piano di ricollocazione”, promosso anche con grande impegno dalla raffineria. Attraverso dei corsi di formazione è avvenuta un’aggregazione tra ex colleghi, c’è stata una “elaborazione del lutto” e un nuovo inizio. Sono perito agrario e questo mi ha dato la possibilità di scommettere sul “Progetto pellet” presso Corte Bassani, messa a disposizione dalla Mol. Dal 1º aprile scorso ho un contratto a tempo indeterminato in qualità di agronomo». Su questo nuovo inizio ha parlato Maurizio Castelli sulla “Cittadella” del 5 novembre.
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