Visto con i nostri occhi
“Camminare insieme”: con umiltà, solidarietà e corresponsabilità
16/04/2016

Qualche settimana fa abbiamo pensato di arricchire il nostro giornale con una intervista al nuovo Vescovo di Padova mons. Cipolla (don Claudio per tutti i mantovani) per conoscere i suoi sentimenti e le sue riflessioni dopo alcuni mesi alla guida di quella importante Diocesi. Siamo grati della disponibilità di don Claudio a questa condivisione con noi e siamo felici che la pubblicazione arrivi a coincidere (in modo “naturale” e non programmato) con il compimento del nostro Sinodo diocesano per il quale don Claudio ha dato un contributo particolarmente significativo. Siamo sicuri che tanti lettori, abituali e non, apprezzeranno di cuore questa pagina. (P.L.)

Padova è una Diocesi molto vasta come territorio, con un grande numero di abitanti, parrocchie, sacerdoti e religiosi. Come procede il cammino di conoscenza di una nuova realtà così vasta?
Prevedo un periodo lungo di conoscenza e di inserimento proprio a causa della vastità della diocesi e dell’alto numero di persone e di situazioni che devo incontrare. Non si tratta infatti soltanto di conoscere il presente ma di entrare dentro la storia che ha portato al presente. Per il momento vivo, con disponibilità all’ascolto, i vari appuntamenti legati al mio ministero, e mi sono impegnato a tracciare io stesso un percorso di inserimento e di ricerca. Con fatica, ma anche con grande gioia, sto andando a incontrare i preti nelle loro case dedicando a questo due giorni alla settimana. Qualche volta mi fermo anche a dormire nelle canoniche. I preti tra l’altro mi presentano anche le loro comunità e così mi sto facendo un’idea della Chiesa nella quale sono stato chiamato a vivere. Sono sorpreso dalla grande e calorosa accoglienza con la quale mi aprono la loro casa. E qualche volta tento di intuire che cosa penseranno di me! Ho scelto lo stile della fraternità e della semplicità: sia perché mi viene spontaneo sia perché permette relazioni più vere. Anch’io, lo riconosco umilmente, ho bisogno del sostegno, anche umano, dei preti. È una bella esperienza.

Quali sono le questioni più urgenti che hai dovuto affrontare nei primi mesi?
Il problema più grande è quello di comporre vicinanza e solidarietà tra preti e dei preti con gli organismi diocesani. Ricomporre cioè un atteggiamento di corresponsabilità pensando che le nostre comunità sono affidate ai presbiteri che sono il collegio presbiterale e che tutti siamo responsabili di tutta la diocesi. Non nascondo neanche che ci sono urgenze di carattere amministrativo che chiedono di essere risolte con una certa urgenza. Non sono possibili interventi improvvisati, ma è urgente predisporre un piano di governo della parte amministrativa della diocesi. Non abbiamo paura della mole di risorse che ci sono state affidate e a cui non possiamo né dobbiamo rinunciare. Dobbiamo invece, con coraggio, tornare a rendere trasparente per tutti il fatto che non sono nostre, che ci sono affidate per la nostra missione soprattutto verso i poveri, per la formazione spirituale delle comunità e per testimoniare il vangelo. Mi sembra urgente anche, come a Mantova, ricercare e condividere un modello di Chiesa verso cui camminare che ci renda significativi oggi, capaci cioè di annunciare il Vangelo, di generare cristiani, di servire i poveri. Penso che ci possano aiutare soprattutto i giovani.

La religiosità del popolo di Dio a Mantova e a Padova. Puoi descriverci qualche analogia e qualche differenza?
È troppo presto. Finora ho scorto solo un tratto che mi ha colpito: una certa somiglianza tra la religiosità dell’alto mantovano e quella della mia nuova diocesi: la ricchezza di riferimenti alla tradizione spirituale che abbiamo ereditato dal recente passato, ma anche le difficoltà al rinnovamento richiesto dal nuovo contesto sociale. Mi mancano le provocazioni del nostro basso mantovano.

La tua sensibilità agli ultimi è testimoniata anche dalla scelta del carcere come una delle Porte Sante per il Giubileo. Ci descrivi qualcosa del mondo della fragilità che ti sembra particolarmente significativo da raccontare ai nostri lettori?
Padova ha una lunga tradizione di solidarietà e di servizio ai poveri. Basti ricordare don Giuseppe Pasini, don Giovanni Nervo, direttori della Caritas Italiana, ma anche don Luigi Mazzuccato, fondatore del CAMM (medici per l’Africa); oppure l’OPSA (Opera della Divina Provvidenza Sant’Antonio) espressione della Carità della Chiesa diocesana, che ospita 700 persone in grave difficoltà. In questo momento sembrano emergere segnali diversi da questi, ma penso che la forza di questa ricchezza spirituale ed interiore alla fine prevarrà.

Un pensiero finale, a partire dall’esperienza di questi primi mesi a Padova, che vuoi indirizzare a noi mantovani…
Ripensando a Mantova ed essendo quasi costretto al confronto, confermo che anche lì ci sono tante ricchezze umane e spirituali, al punto che spesso sento nostalgia per la mia Chiesa di origine: una Chiesa che ha camminato. Soprattutto l’esperienza sinodale ha lasciato comprendere che è viva, che è accompagnata e custodita dal Signore, che sta camminando, ma soprattutto che “si può” camminare “insieme”.
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