Mantova cultura 2017
Carmen languida e poco passionale
All’Arena di Verona ha fatto ritorno la regia classica di Franco Zeffirelli: la nostra recensione
05/09/2016
(Recensione) Nel corso del Festival lirico estivo, Carmen di Georges Bizet ha fatto ritorno con successo all’Arena di Verona nell’allestimento di Franco Zeffirelli, che ha messo in luce la modernità del personaggio eponimo, la cui emancipazione non si limita alla mancanza di freni inibitori ma si estende all’intero modo di relazionarsi, di agire e di pensare. Una donna dall’indole focosa, alla ricerca spasmodica dell’amore e che al contempo lo rifugge, temendo di rimanere intrappolata nel sentimento come in una gabbia. Tuttavia la Carmen di questa edizione, o meglio della replica del 27 agosto, ha assunto atteggiamenti languidi, molto (troppo) soft, così come dai contorni sfumati sono parse le altre figure che animano la vicenda tratta dalla novella di Prosper Mérimée.

L'impianto scenico era caratterizzato da un semicerchio di stendardi con impresse effigi o manifesti di corride: un’ambientazione “da cartolina” per la piazza di Siviglia, l’osteria di Lillas Pastia, la Plaza de Toros, che ha ceduto spazio alla natura rocciosa della montagna accampamento dei contrabbandieri. Il cromatismo, dalla predominanza rossa, ha rimandato al classico binomio amore/sangue in una spettacolarità canonica, attenta più alle controscene che alle scene stesse, tradizionale ai limiti del prevedibile, sostenuta dall'impeccabile coerenza drammaturgica e dalla ben nota ricchezza di dettagli che identifica lo stile del Maestro Zeffirelli: tra i molti l’uso di diverse razze di destrieri, che riscuotono sempre grande apprezzamento tra il pubblico dell’anfiteatro.

La direzione di Julian Kovatchev è stata improntata a tempi larghi, spesso voluttuosi, talvolta “seduti” causa la discrepanza tra le dinamiche protese alla ricerca coloristica e le agogiche viceversa appiattite, in una prolungata sottovalutazione degli accenti, emersi dal secondo atto in poi, ponendo finalmente in luce la ricchezza dell’invenzione musicale di Bizet.

Agunda Kulaeva possiede una voce magnifica, morbida e sensuale, vellutata e pastosa; caratterialmente è risultata poco incisiva, sia nel canto che nella recitazione, nel tratteggiare il temperamento forte e deciso di Carmen. Anche Mikheil Scheshaberidze ha delineato un Don José appannato (e scenicamente ignaro della posizione di “tre quarti”); la linea di canto è aggraziata e i mezzi naturalmente belli vengono controllati seppure non alla perfezione, con piccole sbavature nella presa d’intonazione. Micaela era Francesca Sassu, dal fraseggio votato all’introspezione del personaggio, ben proiettata, dalle mezze voci di toccante dolcezza e una linea stlistica soave e omogenea.

Alexander Vinogradov ha inteso Escamillo non solo come spavaldo toreador ma anche come uomo capace di un sentimento amoroso sincero; il basso possiede vocalità notevole benché leggermente nasale, bel fraseggio e meditato dosaggio dell’espressività coloristica. Hanno saputo trovare e marcare i giusti accenti musicali Teona Dvali, Frasquita; Clarissa Leonardi, Mercedes; Nicolò Ceriani, Dancairo; Francesco Pittari, Remendado, i quali, assieme a Carmen, hanno regalato un magnifico quintetto, di notevole precisione e sinergico affiatamento. A completare la Compagnia di canto Paolo Battaglia, Zuniga e Gianfranco Montresor, Morales.

Il Coro areniano è stato guidato da Vito Lombardi attraverso pagine grandemente impegnative, nelle quali si è egregiamente destreggiato così come il Coro di voci bianche A.LI.VE capitanato da Paolo Facincani. Ha incarnato l’anima spagnola, il Corpo di Ballo coordinato da Gaetano Petrosino, su coreografia di El Camborio ripresa da Lucia Real. Primi ballerini Alessia Gelmetti, Annalisa Bardo, Amaya Ugarteche, Evghenij Kurtsev, Antonio Russo.

Nell’ultima replica del titolo, il pubblico ha gremito ogni ordine dell’Arena e ha distribuito equamente i propri consensi.

Maria Luisa Abate
Foto Ennevi





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