Visto con i nostri occhi
Cattolici e valdesi, il dialogo dà frutti
Il pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola, è stato ospite di Felonica, dove dagli inizi del ’900 è attiva una comunità evangelica. Due Chiese sorelle, con tanti punti in comune
05/03/2019
Il suo arrivo a Felonica, il 24 febbraio, per inaugurare il nuovo teatro della piccola comunità valdese, qui presente dagli inizi del Novecento, è stata l’occasione per un’intervista sui rapporti tra cristiani valdesi e cattolici. Il pastore Eugenio Bernardini, 65 anni, sposato con tre figli, laureato in teologia e in ministero pastorale dal 1982, non si è sottratto alle nostre domande. Bernardini è moderatore della Tavola valdese, composta da sette membri, pastori e laici: si tratta dell’organo che rappresenta ufficialmente le Chiese metodiste e valdesi nei rapporti con lo Stato e con le organizzazioni ecumeniche.
Come possiamo descrivere la situazione attuale tra cattolici e valdesi in Italia?
Il cammino, iniziato con il Vaticano II, ha aperto una strada nuova che pian piano ha coinvolto sempre più persone, luoghi e istituzioni. Ricordo, ad esempio, il testo comune per la liturgia dei matrimoni misti tra cattolici e valdesi, che ha fatto da apripista per altrettanti testi approvati con altre comunità evangeliche.
La visita di papa Francesco alla Chiesa valdese è stata una svolta importante in tal senso.
È vero, ha dato ancora più vigore a questo cammino. Da allora si sono moltiplicate le visite reciproche e i momenti di riflessione su temi comuni. Ad esempio, sul tema delle migrazioni siamo arrivati a poter dire una parola comune espressa nel recente documento dal titolo “Restiamo umani”. Inoltre la collaborazione tra Caritas, Diaconia valdese e Comunità di Sant’Egidio funziona da anni.
Quali sfide ci attendono?
Sento urgente quella di poter aiutare l’Italia ad avere una cultura che aiuti a comprendere che le comunità presenti nel Paese hanno il diritto di praticare la loro religione. Ci sono ancora pregiudizi e difficoltà, però in Italia vivono milioni di persone che si riconoscono in religioni e Chiese diverse. Praticare la religione è un fattore di libertà, un diritto che non può essere considerato un attentato alla nostra identità, è qualcosa che promuove la comprensione reciproca e quindi anche una maggiore solidarietà e sicurezza.
Un’altra sfida è quella della missione evangelica.
L’Italia sta diventando impermeabile al messaggio del Vangelo e questo ci interroga tutti. Mi sembra che an-che la società italiana stia vivendo processi di secolarizzazione impetuosi e le Chiese tradizionali, “un po’vecchiotte” e ancorate alle tradizioni, sono molto più in difficoltà rispetto a quelle più giovani. Dobbiamo trovare parole e progetti nuovi, insieme a una rinnovata disponibilità personale.
Di recente alcuni mantovani sono stati in viaggio nelle valli valdesi insieme alla Chiesa valdese di Mantova. Che cosa rappresentano questi viaggi?
Queste visite nei luoghi più significativi della nostra identità e testimonianza cristiana aiutano le nostre comunità di fede a comprendere quanto patrimonio comune abbiamo, ma anche a cogliere quanto la diversità dell’altro ci può arricchire nella fede.
Quale atteggiamento consiglia ai cristiani di Mantova, e di Felonica in particolare, per essere sale della terra e luce del mondo?
Dovremmo trarre l’incoraggiamento a considerare inostri numeri sempre più esigui come una responsabilità per la missione. Quando Gesù pronunciava le sue parole aveva di fronte un piccolo gruppo di discepoli, ma essi erano consapevoli che la Parola che portavano, e che portiamo oggi, è un tesoro per tutti. Il sale ha da essere una piccola quantità, ma è ciò che rende feconda la terra: questa è la nostra missione. Dovremmo essere attenti al contenuto della missione cristiana, che deve essere un tesoro da condividere con tutti e che dà sapore alla vita.
Felonica avrà un pastore?
Ci sarà una cura, ma non un pastore residente. Sono situazioni a cui ci dovremo abituare. Un ministro resi-dente è una ricchezza, ma dove non si può è molto importante la continuità della cura pastorale, perché questa crea relazioni, consapevolezze e ministeri dei laici sempre più preziosi e riconosciuti. Come del resto sta-te vivendo anche voi cattolici.
Una sensazione sull’Italia in questo momento.
Siamo preoccupati per un clima che sentiamo abbastanza lontano dalla nostra sensibilità, un clima che credo sia arrivato a lambire i “piani alti” della cultura, della politica e della comunicazione. Questo clima è quel-lo in cui l’altro non lo si ascolta più perché si sa già apriori che ha torto. Vorrei ricordare le recenti parole di Mattarella, quando ha manifestato che non dobbiamo avere timore di mostrare i nostri buoni sentimenti, di essere buoni. Perché di questo ha bisogno l’Italia
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