Visto con i nostri occhi
C'è chi dà sollievo alla fine della vita
I primi dieci anni delle Cure palliative a Mantova: una rete di servizi che aiuta circa 650 pazienti l'anno
23/04/2018
Nella nostra società la morte è spesso vista come un tabù. Spaventa, fa paura, mette di fronte a qualcosa di ignoto, difficile da accettare. È un argomento da evitare: si fatica a parlarne, meglio tenerla lontana. C’è un luogo però dove la morte fa parte della quotidianità, come un momento di passaggio della vita. Non una tragedia improvvisa, ma la conclusione naturale di un percorso umano, da affrontare con la maggiore serenità possibile. È il reparto di Cure palliative dell’Azienda socio sanitaria territoriale di Mantova: una struttura nata nel giugno 2008, vicina a tagliare il traguardo del decimo anniversario di attività.
«È stato un cammino in crescendo – racconta Rocìo Cabarcas, coordinatrice dei servizi di Cure palliative dell’Agenzia di tutela della salute “Val Padana”, che unisce le province di Mantova e Cremona –. Siamo partiti da un gruppo di operatori molto motivati, all’interno di uno spazio riadattato dell’ospedale “Carlo Poma” di Mantova, con dieci posti letto. Il primo anno abbiamo seguito 22 pazienti, ora invece sono circa 650, su tutto il territorio provinciale».
Le cure palliative riguardano malati per i quali non è prevista una guarigione. All’inizio erano soprattutto pazienti affetti da tumore, ora invece sono comprese anche altre patologie. Il fatto che queste persone non guariscano non vuol dire che non possano essere curate, anzi. Il tipo di assistenza varia a seconda dei bisogni ed è offerta da un’èquipe formata da medici, infermieri e operatori socio-sanitari, ai quali si aggiungono una psicologa e un assistente spirituale.
Profili e competenze diverse nascondono la missione di fondo. Prendersi cura del paziente in ogni aspetto della sua vita: è questo lo spirito che guida chi si occupa di cure palliative. «Il carico emotivo è molto forte – ammette Laura Rigotti, direttrice della struttura di Cure palliative dell’Asst di Mantova –. Spesso ci viene chiesto come facciamo a lavorare sapendo che tutti i pazienti sono portati alla morte. È un aspetto che affrontiamo quotidianamente tutti insieme, per superare le difficoltà. In realtà, sono proprio le persone che assistiamo a darci la forza per andare avanti, perché essere accanto a loro in un periodo così delicato della vita fa nascere rapporti molto intensi».
Un impegno notevole a livello umano e professionale, che non tutti sono disposti ad accettare. Eppure, tra chi lavora in questa struttura sono pochi i casi di burnout (sindrome da stress che colpisce chi svolge una professione con una forte componente emotiva) o le richieste di trasferimento ad altri reparti. «Per noi non è un semplice lavoro, ma una scelta – aggiunge Rigotti – Per farlo serve una motivazione forte, altrimenti è difficile sostenere la pressione. Tuttavia, per quanto possa essere strano, lavorare accanto alla morte porta le persone a cambiare in meglio: spinge a mettersi in gioco e fa capire che siamo tutti di passaggio».
Solo una piccola parte dei pazienti vengono assistiti in ospedale o nelle strutture della provincia. Di solito si preferisce l’assistenza a casa: vivere in un ambiente che si conosce, infatti, può aiutare ad affrontare il percorso di cura. In questo, gli affetti giocano un ruolo molto importante. «Senza il contributo dei famigliari riusciremmo a fare poco a casa – fa notare Rigotti – perciò li coinvolgiamo da subito: identifichiamo un caregiver, spieghiamo come somministrare i farmaci, li abituiamo a un confronto costante con i medici. Diventano, insomma, parte integrante della nostra èquipe».
Il ruolo della famiglia è fondamentale soprattutto quando i malati sono molto giovani, o addirittura bambini. Un’eventualità, purtroppo, tutt’altro che rara. In questo caso, fin dal primo incontro tra la famiglia e il medico è presente una psicologa e l’assistenza viene rafforzata attraverso la collaborazione con i reparti di Pediatria delle strutture vicine.
Il reparto di Cure palliative fa parte di una rete che si estende su tutta la provincia: un sistema necessario, per dare continuità al servizio. Ne fanno parte anche gruppi di volontari che appartengono a tre realtà: l’Istituto oncologico mantovano, l’associazione “Maria Bianchi” e l’Ail (Associazione contro le leucemie).
Per il decennale del reparto, sono in programma varie iniziative. La prima è la rassegna al cinema del Carbone di Mantova: partita l’11 aprile, prevede altri due incontri con i film La natura delle cose (9 maggio) e Il medico di campagna (23 maggio). All’orizzonte anche alcune giornate di studio: “La nuova legge sul fine vita: dal dibattito pubblico alla pratica clinica” (12 maggio nell’aula magna della Fondazione Università di Mantova); “Sollievo, compassione e solidarietà: una nuova chiave di lettura” (4 giugno al Conservatorio); “Curare l’inguaribilità” (10 novembre in Seminario).
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