Visto con i nostri occhi
Cento anni: auguri, don Bottoglia
Sacerdote dal 1943, è diventato parroco di Santa Apollonia, in città, nel 1953. Una lunga vita spesa per la formazione integrale
06/04/2020
L’alzata è sempre alle 6 del mattino, quindi la preghiera nella chiesa di Santa Caterina, in corso Garibaldi, a Mantova, fin verso le 8.30 o le 9. Una visita alla scuola e il pranzo. Alle 17.30, la celebrazione della Messa, sempre in Santa Caterina. Don Antonio Bottoglia non ha perso il ritmo abituale delle sue giornate, alla vigilia dei cento anni, che compirà tra breve, l’8 aprile. Incontriamo don Antonio – classe 1920, originario diCastel Goffredo e sacerdote dal 1943 – nella canonica di Santa Apollonia, in città: qui è arrivato come parroco il 22 marzo 1953. «I cento anni non li sento e non avverto la fatica di fare ancora qualche giretto in bicicletta per le vie di Mantova». È la prima frase che pronuncia durante l’intervista, cui assiste Giampaolo Zapparoli, già dirigente scolastico, il quale ci aiuta a precisare idee e ricordi.
Don Antonio non ha smarrito quella vitalità che ha sempre contraddistinto la sua lunga vita. «Ringrazio il Signore per aver raggiunto il traguardo dei cento anni– racconta –. Diventare sacerdote è sempre stata la mia vocazione, fin da bambino. Ogni attività per me ha avuto lo scopo di aiutare le persone a vivere e crescere nella fede cristiana». Quando è stato nominato parroco nel 1953 doveva seguire Santa Apollonia e i quartieri del Gradaro e del Tigrai (Te Brunetti), per un totale di circa 9mila abitanti. Poi il Gradaro diviene parrocchia autonoma e in Te Brunetti sorge la chiesa parrocchiale di San Luigi, affidata ai padri Cappuccini, per la quale don Antonio aveva acquistato il terreno. «Conoscevo tutti: mi dicevano il cognome e io aggiungevo il nome».
L’intervista prosegue e don Antonio comincia a elencare le molte esperienze vissute in Santa Apollonia, soprattutto tra gli anni Cinquanta e Settanta: la Messa domenicale del fanciullo, il catechismo, l’oratorio (con campo di calcio e pallavolo, oltre al cinema), la “San Vincenzo”, l’Azione cattolica – Aspiranti, Pre–Ju e Juniores – e gli scout. La squadra “Mantovana calcio” si imponeva a livello provinciale e non solo. «Ho avuto la gioia di collaborare con dei curati formidabili, tra i quali don Claudio Bergamaschi, don Renato Conia, don Dante Lasagna e don Renato Pavesi. E laici altrettanto bravi come Renzo Merlo e Norma Ramazzina, che in uno stabile della parrocchia, in via Trieste 15, gestiva la Casa della giovane».
Negli anni Cinquanta era tutto un bussare alla porta della canonica: «Don Antonio, ci trova un lavoro?», questa la domanda ricorrente. «Uno che non fa nulla non riesco a sopportarlo, però in quel periodo bisognava pensare alla formazione dei giovani – sottolinea il sacerdote –. Nel 1956 ho fatto partire una scuola professionale, mettendo dei banchi in un capannone che era stato dismesso dalla ditta Belleli». Oggi quella realtà, partita dal nulla, è costituita dagli Istituti “Santa Paola”, con circa seicento allievi che, nell’ex convento delle Clarisse, si preparano a diventare elettricisti, segretari, cuochi e pasticceri. Ma anche restauratori: un’eccellenza in Italia, con il corso di laurea nel Restauro dei beni culturali. Spesso i giovani che escono dalla scuola poco dopo trovano un’occupazione, perché sono già capaci di lavorare.
Don Antonio ha attuato una formazione completa: umana, religiosa, sociale e professionale. Cristiani con i piedi per terra, si potrebbe dire. D’estate organizzava le colonie al mare (Bellaria e Igea Marina) e in montagna (Pelugo e Sant’Antonio di Mavignola), frequentate ogni anno da cinquecento tra ragazzi e ragazze. «Sempre con il sacerdote, per la formazione religiosa». In settembre, gli stessi ragazzi partecipavano agli esercizi spirituali. Tutto questo fervore ha un punto di partenza: in don Aldo Moratti, curato a Castel Goffredo dal 1913 al 1951, prete al servizio dei giovani e dei poveri secondo lo stile di san Giovanni Bosco. «Ah don Aldo, don Aldo – esclama don Antonio –. È stato il mio modello». Mentre ci aggiriamo per la canonica di Santa Apollonia in cerca di immagini, in cucina vediamo il suo ritratto, appeso alla parete.
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