Visto con i nostri occhi
Ci salveremo solo con un'Europa unita
Enzo Pezzini, nativo di Castel Goffredo, dal 1990 vive a Bruxelles. Già funzionario presso la Ue, è esperto di cooperazione e insegna all’Institut Catholique di Parigi. Ha appena stampato un libro sul pensiero sociale della Chiesa
24/07/2018
Ha visto la nascita del trattato di Maastricht nel 1992, l’estensione dell’Unione Europea da quindici Stati agli attuali ventotto, l’avvento dell’euro. Ma anche la Brexit, fino alla crisi che colpisce l’Unione in queste ultime settimane.
Tra i mantovani, forse ci sono pochi esperti di vicende europee come Enzo Pezzini, 61 anni, originario di Castel Goffredo, che dal 1990 al 2015 ha lavorato presso l’ufficio di Confcooperative a Bruxelles, città in cui hanno sede importanti istituzioni comunitarie: dal Parlamento alla Commissione europea, al Consiglio europeo. «Il progetto dell’Europa unita è affascinante e profetico – afferma Pezzini, che tuttora vive a Bruxelles –, ma è rimasto in mezzo al guado, perché non si è andati verso una reale integrazione. Lo dimostra il fatto che la dimensione intergovernativa, attuata attraverso il negoziato tra gli Stati membri, ha sempre prevalso sulla linea comunitaria». Pezzini è un esperto a livello internazionale di cooperazione. Si è laureato in Scienze politiche all’Università di Milano con una tesi sulle cooperative bresciane dalle origini al 1926 – «Ho individuato trecento preti impegnati in questa realtà», dice – e ha conseguito sia un master a Padova, sia il dottorato all’Università Saint–Louis di Bruxelles. Oggi insegna in importanti atenei: l’Institut Catholique di Parigi (qui tra l’altro è docente di Teorie politiche dell’integrazione europea e dottrina sociale della Chiesa), la Facoltà di teologia della Compagnia di Gesù a Bruxelles (corso di Insegnamento sociale della Chiesa), il Centro internazionale “Lumen vitae” a Namur, in Belgio (corso di Insegnamento sociale della Chiesa e progetto cooperativo). Inoltre tiene lezioni in master di Economia sociale a Grenoble, Le Mans, Marsiglia, Valenciennes, in Francia, e a Trento, in Italia.
«Ma la mia prima laurea l’ho conseguita in Ruanda – afferma scherzosamente Pezzini –, quando, dal 1977 al 1981, ho svolto il servizio civile. È stata un’esperienza preziosa nella mia vita, portata avanti con lo Svi (Servizio volontario internazionale) di Brescia». A contatto con la complessa realtà di un Paese in via di sviluppo, Pezzini ha capito l’importanza della cooperazione, impegnandosi in progetti per la diffusione di tecniche agricole e per la protezione di terreni “a terrazza”, a duemila metri di altitudine. Concluso il servizio civile, il giovane di Castel Goffredo ha trovato impiego alla Confcooperative, prima a Brescia, poi a Bruxelles. E ora – come dicevamo –svolge l’attività di docente in diverse città europee.
Pezzini ha da poco dato alle stampe un estratto della sua tesi di dottorato in Scienze politiche: 326 pagine in francese dal titolo Projet coopératif et christianisme social (“Progetto cooperativo e
cristianesimo sociale”) uscite presso la casa editrice dell’Università Saint–Louis di Bruxelles. «Passando in rassegna 7.668 titoli di testi scientifici sulla cooperazione mi sono reso conto che solo in quattordici c’era un riferimento alla religione. È come se avessi toccato con mano il vuoto - spiega Pezzini –. Quindi ho esaminato i documenti del magistero della Chiesa che parlano della cooperazione: dalla Rerum novarum di Leone XIII alla Laudato si’ di Francesco. Con soddisfazione ho notato che esistono numerose coincidenze tra i princìpi della cooperazione e quelli della dottrina sociale della Chiesa: la centralità della persona, la solidarietà, il bene comune, la sussidiarietà».
L’ultimo capitolo ha un titolo emblematico: Chrétiens à l’œuvre (“Cristiani all’opera”), con figure significative in tutto il mondo. Per l’Italia ricordiamo don Lorenzo Guetti (1847–1898), fondatore del movimento cooperativo in Trentino, don Luigi Sturzo, i beati Giuseppe Toniolo e Giuseppe Tovini.
Torniamo all’Unione Europea e chiediamo a Pezzini come vede questa realtà nel futuro. La risposta è perentoria: «Il progetto di unificazione è certamente in crisi, ma non ci salveremo con delle prospettive nazionalistiche. Se vogliamo contare come europei, occorre rafforzare l’unificazione: l’alternativa è l’irrilevanza sulla scena politica mondiale»
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