Visto con i nostri occhi
Con la forza dell'immagine
Don Regis ci ha lasciato due anni fa. Mons. Faglioni ne traccia un ricordo veramente significativo
18/01/2017

Egidio Faglioni

La retorica è un’arte, si impara nel laboratorio, nella bottega, nell’esercizio. L’omelia e/o le meditazioni ci costringono a trovare ragioni valide per sostenere le nostre idee e ci costringono altresì a organizzare in maniera chiara e stringente le nostre argomentazioni. Per quanto anche il linguaggio teologico sia costretto dentro le regole del linguaggio umano che lo riveste esso conserva però una sua peculiarità, ovvero la sproporzione tra il mezzo umano e il contenuto divino.
Questa sproporzione è una nota caratteristica delle omelie, delle meditazioni, delle poesie del nostro don Benito.
L’uso delle immagini nella predicazione non è dunque un’espediente retorico ma, nasce dalla constatazione della natura stessa dell’“esperienza di Dio”. Usare un’immagine è un modo per fare sintesi: uno degli ostacoli più frequenti alla comprensione dell’omelia e delle meditazioni è la dispersione. L’immagine costringe don Benito a trovare un punto intorno a cui far convergere i propri pensieri. E a partire da qui, inizia il lavoro non facile di organizzare il proprio discorso secondo le regole dell’argomentazione.
Mi sono chiesto rileggendo alcune poesie, alcune omelie e la preghiera di S. Ignazio di Loyola se è possibile trovare una costante in questa tipologia di linguaggio. A me sembra che una delle parole cardini delle riflessioni di don Benito sia il silenzio. Che fanno i pastori immersi in tanto raccoglimento e in tanta pace a Natale? Pensano, meditano, riflettono e pregano.
È da invidiarli. Contemplano la natura quasi rapiti in estasi, a volte cantando o recitando poesie, a volte adorando e pregando l’autore delle cose della vita.
Noi figli della società consumistica, immersi - al contrario di loro - nel bailamme dei rumori, dei clacson e nella corsa inarrestabile di una vita sempre più frenetica, basata sui ritmi stressanti del “mordi e fuggi” e del “tutto e subito”, non sappiamo cosa sia la solitudine e il raccoglimento.
Della solitudine, amava ripetermi, conosciamo solo l’aspetto negativo: l’amarezza di chi si sente tagliato fuori, insoddisfatto… solo pur con la folla nell’anima.
Col rischio della demotivazione e dell’oscuramento, in constante pericolo di smarrire la strada della propria vera identità.
Stiamo dando ad altri la delega in bianco a pensare a nome nostro: ai giornalisti (lo diceva lui direttore della Cittadella), ai politici, agli uomini dello spettacolo.
Abbiamo bisogno di fermarci, creare attorno e dentro di noi zone di silenzio, e installare cartelli con scritto “vietato ai non addetti al lavoro”.
Abbiamo estremo bisogno di silenzio, fuori, attorno e dentro noi stessi. Abbiamo bisogno di quiete, di serenità, di pace: di meditazione e introspezione.
Gesù ci insegna, con la parola e l’esempio, che è estremamente necessario coltivare la “vita interiore” come “spazio vitale” sia per la preghiera al Padre, sia per la conoscenza e l’approfondimento delle Sacre Scritture, sia per la conoscenza di se stessi.
Quello che dobbiamo cercare non è il silenzio come assenza di comunicazione ma il silenzio denso, colmo di dialogo con se stessi e con Dio. È un po’ quello che avviene coi colori: c’è il nero che è la negazione di tutta la gamma colorata e c’è il bianco che in sé riassume tutti i colori. Il silenzio “nero” è insopportabile perché è vuoto, è morte ed è per questo che è temuto da tutti. Ma esiste un altro silenzio quello “bianco”, che è pienezza di comunione di bellezza.
Termino citando un suo commento alla preghiera di S. Ignazio di Loyola: «la discesa di Cristo sulla terra è la sua rivelazione: Cristo, allora, appare come Amore divino in Persona Umana. Questa prossimità autorizza il cristiano a pregare così: “chiamami forte in quell’ora perché non resti confuso da altre voci che chiamano o rassicurano”».
Coltivare il silenzio e la vita interiore è come procurarsi il cibo, l’acqua, l’ossigeno per riuscire a vivere. Coltivare la vita interiore è crescere nell’intesa, nell’intimità, nella condivisione, nella comunione sempre più intensa con Dio Uno e Trino. Ecco come ricordo don Benito.
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