Visto con i nostri occhi
Dagli adulti l'input per cercare Dio
Don Armando Matteo, teologo dell’Università Urbaniana di Roma, è stato ospite a Montanara. Al centro del suo intervento il rapporto tra le generazioni: come trasmettere la fede ai figli
28/10/2019
«Quel che manca oggi è il “mestiere dell’adulto”, per cui rimane inascoltato il grido di tanti giovani che a fatica chiedono esempi credibili». L’ha affermato don Armando Matteo, docente all’Università Urbaniana di Roma e scrittore, nel suo intervento del 17 ottobre all’oratorio di Montanara, promosso dall’Unità pastorale di Curtatone. Egli auspica «una Chiesa che sappia formare adulti fino in fondo: questo è l’umanesimo che ci manca!». «Se tra i genitori non c’è l’esperienza di Dio, il problema non si pone neanche nei loro figli», sostiene don Matteo, posti così di fronte a un fenomeno che ha definito «l’eclissi del cristianesimo domestico». La vera questione è legata al mito dell’eterna giovinezza, all’affermarsi della propria sessualità e del proprio successo, e non alla disponibilità ininterrotta a «fare esperienze», a completarsi e a rinnovarsi come «quando in passato i bambini, negli occhi di mamma e papà, potevano imparare la presenza benevola di Dio nella loro vita».
Da don Matteo alcune domande significative: «Dove sono gli uomini e le donne che hanno lasciato alle spalle turbamenti, contraddizioni, vecchi stili di vita per diventare capaci di prendersi cura degli altri?». E ancora: «Dove sono coloro che possono accompagnare le nuove generazioni in un cammino di crescita, fatto di decisioni e di rinunce, quando oggi le madri si atteggiano come le figlie e i padri rinunciano a se stessi per mimetizzarsi nella cultura giovanile dei figli?». Da qui la difficoltà di testimoniare la bellezza dell’avventura cristiana. «C’è un grande disagio –sostiene – perché quando gli adulti non fanno gli adulti, i giovani non possono fare i giovani. Proprio per questo la Chiesa deve ripensare i processi di iniziazione alla fede, deve cioè “mettersi «a dieta” dai troppi impegni in parrocchia per concentrarsi sul perché rimanere cristiani, dopo che si smette di essere bambini».
Oggi le comunità cristiane devono imparare ad accettare che nelle famiglie non si prega più e non si parla più degli aspetti decisivi della vita. «Per questo – sottolinea – occorre immaginare una nuova figura di credente, capace di guardare a Gesù come a un modello per osservare il mondo, secondo un’ottica nuova e rinnovata». Per don Matteo la Chiesa deve assumere decisamente la dimensione educativa, per porsi, come dice papa Francesco, in dialogo e in ascolto, recuperando la dimensione gioiosa della fede. «Quel che è grave e preoccupante – osserva il teologo – è che l’adulto è diventato oggi un servo e un contemplatore del bambino, dimenticando che deve farlo crescere e maturare. Così che anche la scuola e il catechismo si stanno già adeguando a un abbassamento della guardia educativa». Da qui giovani spesso inquieti, con problematiche e ferite che non trovano risposta. Ragazzi che crescono presuntuosi e tiranni, che pensano che tutto sia loro dovuto, come se ogni cosa dovesse girare attorno a loro. «Quando invece, nella realtà, ciascuno resta un mistero raccolto in se stesso, senza causa e senza possibilità di replica. Siamo, infatti, uno spettacolo unico». Questa è la vita umana.
Il pensiero fin qui esposto presuppone come decisiva la capacità dell’adulto di amare la vita per quello che è, nel suo connotato più reale, nella sua irriducibilità a qualsivoglia aspettativa narcisistica. Da qui una bella frase del filosofo Max Scheler, citato durante la serata: «Maledire la vecchiaia significa disconoscere la verità della finitezza dell’essere umano e la logica che ne presiede allo sviluppo e cioè che “la rinuncia è la condizione della crescita”». Emerge così la figura positiva di un adulto che deve saper attivare nel bambino, nel giovane, la capacità divedere ciò che non si vede e di “apprezzare” ciò che non si può vendere, perché rientra nella gratuità dell’amore. In quanto esseri umani siamo impastati con la mancanza, con la finitezza, con la trascendenza. «Per questo – conclude don Matteo – c’è sempre uno spazio insaturo dentro di noi, che va conosciuto, amato e coltivato. E tutto questo può essere attivato nei giovani grazie a ciò che predispone all’amore di Dio. Come il teatro, la letteratura, la musica, l’arte, la contemplazione del cosmo. In tutto ciò in cui la vita si dona a noi non solo come qualcosa da consumare ma come un punto in cui l’invisibile irrompe nel visibile».
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