Visto con i nostri occhi
La storia del carabiniere Magro, finito nel nulla
È una delle migliaia di vittime delle foibe, le cavità carsiche dove molti italiani furono gettati durante la Seconda guerra mondiale. Una vicenda riemersa grazie alle ricerche del nipote
18/02/2019
Ha lo stesso nome e cognome del nonno: Vittorio Magro. Cinquant’anni, tecnico del suono, Vittorio abita a Mantova. Insieme al fratello Stefano, autista, che risiede a Buscoldo di Curtatone, domenica 10 febbraio, Giorno del ricordo per le vittime delle foibe, durante la cerimonia svoltasi nell’auditorium del Conservatorio di Mantova, ha ricevuto dal prefetto Carolina Bellantoni una medaglia alla memoria del nonno.
«Mio padre Ferruccio ha rimosso dalla mente quello che è accaduto il 13 giugno 1944 – racconta –, quando i partigiani jugoslavi del maresciallo Tito hanno assaltato la caserma dei carabinieri a Santa Domenica d’Albona, in Istria. Mio nonno era là, come appuntato». I partigiani comunisti uccidono tre carabinieri, altri diciassette militari vengono catturati: in seguito risulteranno dispersi.
«Tra i dispersi c’è anche mio nonno – continua Vittorio –, del quale non si è più saputo nulla. Che sia finito in una foiba? Chi lo sa! Io ho sentito parlare di questa drammatica vicenda fin da bambino. Era mia nonna, Giuseppina Panarari, da tutti conosciuta come Irene, che mi raccontava della scomparsa del nonno. Giuseppina era di Borgoforte di Borgo Virgilio. Negli ultimi anni, io ho voluto compiere delle ricerche per conoscere la verità».
Vittorio ci fa vedere i documenti che è riuscito a raccogliere. Innanzitutto il foglio matricolare del nonno, nato il 2 aprile 1903 a Limena, in provincia di Padova. Era appuntato dei carabinieri, si diceva. E, come tale, un giorno viene inviato presso la caserma di Borgoforte. Nel paese in riva al Po conosce Giuseppina, con la quale si sposa e dalla cui unione, nel 1939, nasce l’unico figlio, Ferruccio. È in quel periodo che Magro risulta trasferito a Postumia, allora cittadina italiana (celebre per le sue grotte), ora in territorio sloveno.
Dopo l’8 settembre 1943, l’appuntato svolge il suo servizio a Santa Domenica d’Albona. Nei mesi successivi alla fatidica data dell’armistizio, i partigiani comunisti attaccano carabinieri e caserme nei territori di Pola, Trieste e Gorizia. A Santa Domenica, il 13 giugno 1944, i partigiani assaltano la caserma dei carabinieri: tre rimangono uccisi e altri diciassette vengono fatti prigionieri, tra cui l’appuntato Magro.
«I familiari hanno ricevuto la comunicazione molto tempo dopo. Guardi la fotocopia di questo telegramma, recapitato a mia nonna». Vittorio ci mostra il documento, con la data del 22 aprile 1946, dal quale risulta l’attacco alla caserma di Santa Domenica e che «le ricerche finora praticate hanno dato esito negativo» per il ritrovamento del corpo dell’appuntato. La nonna Giuseppina viveva a Borgoforte ed era fuggita nel Mantovano con il figlio Ferruccio nei giorni successivi al 13 giugno 1944, con l’angoscia per quanto era accaduto e la paura di non farcela a tornare a casa, perché il viaggio era stato un calvario, sotto i bombardamenti alleati. Dall’Istria a Venezia in corriera, da Venezia a Padova in treno e quindi in calesse fino a Borgoforte. «Quante peripezie, che tragedia, ma io voglio arrivare fino in fondo alla verità», conclude Vittorio.
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