Visto con i nostri occhi
Dare speranza ai rifugiati: progetti concreti in Libano
Nel Paese si trovano vari campi profughi che ospitano migliaia di siriani vittime della guerra. Una psicologa mantovana ha partecipato a un’esperienza internazionale dedicata ai minori
29/04/2019
Da sempre sono stata affascinata dal concetto di “resilienza”: quella forza che, attraverso lo sviluppo e il rafforzamento delle risorse interne (intelligenza, emozioni, strategie di coping, autostima e visione di sé) ed esterne a noi (famiglia, amici, scuola), può essere attivata in risposta a situazioni difficili che spesso ci sovrastano. Come l’ha definita Boris Cyrulnik, uno dei principali teorizzatori della resilienza, è quella capacità che permette all’ostrica di trasformare il granello di sabbia, che la irrita e la aggredisce, in qualcosa di prezioso e raro: una perla.
Dopo il mio percorso universitario e le mie esperienze in campo psicologico, ho maturato sempre più il desiderio di diventare tutore di resilienza, cioè di riuscire ad aiutare soprattutto i minori in difficoltà a esprimersi in modi anche alternativi, diversi, come con l’uso del gioco e della creatività, cercando così di superare esperienze traumatiche. Un mese fa circa, dopo essermi finalmente abilitata come psicologa, non vedevo l’ora di potermi mettere alla prova. Ho ricevuto una chiamata inaspettata. Francesca Giordano, la professoressa che mi aveva seguito per la mia tesi magistrale, mi ha fatto una proposta: seguirla in missione a Beirut, in Libano, per una settimana. Non mi sembrava vero. Così il 24 marzo, siamo partite in sei donne, determinate e piene di energie, in rappresentanza della RiRes (Unità di ricerca sulla resilienza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano).
La settimana è volata ma mi è bastata per farmi assaporare lo spirito libanese, l’accoglienza delle persone ma anche conoscere i contrasti della città di Beirut, la capitale del Paese. Noi, come ricercatrici RiRes, siamo state chiamate all’interno del programma, finanziato dall’Unione Europea con la collaborazione di diverse associazioni, per formare attraverso un training mirato i nuovi operatori sociali che lavorano pressoi Social development center (Sdc). L’obiettivo è stato quello di trasmettere agli operatori di diverse organizzazioni non governative che andranno a lavorare con i minori siriani, vittime di guerra emigrazione forzata, i concetti base sul modello “Tutori di resilienza”, sul trauma e sulle ripercussioni che la migrazione e le esperienze fortemente traumatiche possono avere sui minori, nonché sulla resilienza. Essa può essere sviluppata attraverso il rafforzamento di risorse interne ed esterne al bambino: questo può essere facilitato dall’uso di attività creative ed espressive che permettono al minore di esprimersi in modo libero e mediato. Sono stati, infatti, trasmessi e implementati strumenti che gli operatori potranno poi utilizzare con i bambini: disegni, cartelloni, attività con il pongo, fotografie. Tutti mezzi utili che permettono di avvicinarsi al mondo interiore del bambino.
Il lavoro non si concluderà qui. Gli operatori, infatti, sono chiamati a monitorare il benessere dei bambini e a trasmetterci dei feedback costanti. A maggio torneremo per un controllo. Gli operatori sociali dovranno comunicarci cosa ha funzionato oppure no del modello trasmesso: si tratta quindi di una costante collaborazione con le persone che lavorano in stretto contatto con i bambini e le loro famiglie rifugiate in Libano. Si cercherà di trovare soluzioni alternative e discutere insieme delle difficoltà riscontrate. L’obiettivo di tutti, infatti, è il benessere dei bambini, che si trovano in un Paese diverso dalla loro terra d’origine e che spesso perdono la speranza per il futuro. Compito del tutore di resilienza è proprio quello di far ritrovare al bambino la speranza. Come ha detto un operatore, alla fine del training, «Hope always exists» (cioè “La speranza esiste sempre”). Nonostante questa esperienza sia durata poco, mi ha permesso di capire una cosa fondamentale: tutti noi, nel nostro piccolo, possiamo essere tutori di resilienza, cercando di accogliere punti di vista differenti, coltivando empatia e cercando di trarre il lato positivo dalle semplici cose. Shukran, Beirut
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