Visto con i nostri occhi
Dare speranza di futuro nel Paese «degli uomini integri»
Il Burkina Faso è una delle zone più povere del mondo, ma la collaborazione tra le persone riesce a portare gioia a chi vive nelle difficoltà
15/10/2018
La nostra comunità a Ouagadougou (capitale del Burkina Faso) sta iniziando il secondo anno pastorale accanto a un popolo meraviglioso. Siamo alla periferia di una città di tre milioni di abitanti, le necessità che abbiamo potuto toccare con mano in quest’anno sono tante: accesso all’acqua, energia elettrica, malnutrizione, analfabetismo. Tutto è una sfida.
Il Paese è quart’ultimo al mondo per indice di sviluppo umano, con condizioni climatiche estreme. Se la gente riesce a sopravvivere è grazie a un’incredibile tenacia; non per nulla Burkina Faso significa “Paese degli uomini integri”. È l’enorme sfida dello sviluppo sostenibile: come lottare contro la povertà, permettere una vita dignitosa, come dare una mano, come dare una speranza di futuro migliore a chi è tentato di fuggire per sognare di trovare il paradiso in un’altra terra, oppure di arruolarsi in gruppi fondamentalisti che promettono qualche soldo?
Allo stesso tempo nella città c’è una crescita economica: alcuni si arricchiscono e adottano stili di vita che diventano un modello, e tutti guardano a loro con desiderio e invidia. Da una parte assistiamo a una lotta per essere tra questi privilegiati, che innesca una competizione che comporta sfruttamento insostenibile di risorse. Chi è in campagna vuole andare in città e la città aumenta a ritmi insostenibili, mentre già ora le infrastrutture e i servizi (acquedotto, elettricità, strade asfaltate, canali di scolo, trasporti pubblici, presìdi sanitari, scuole) sono insufficienti, quindi la situazione diventa sempre più caotica.
Dall’altra parte si scava una voragine tra i pochi ricchi e la maggioranza povera che li sta a guardare. Questo dà origine a instabilità sociali, emarginazione, delinquenza e tutte le deviazioni che caratterizzano le grandi città. Vediamo i segni di questo disagio, soprattutto nei giovani che sono abbandonati a se stessi, non hanno dei loro spazi di aggregazione per costruire le basi di una solidarietà futura.
In tutto questo si inserisce la sfida dell’evangelizzazione. Ci diamo da fare perché le comunità cristiane siano luogo di gioia e speranza. Stiamo iniziando processi di ascolto, comunione, partecipazione di tutti, formazione. Possiamo già contare sulla collaborazione di molte persone del posto che sono dalla parte degli ultimi. Per noi la prima forma di annuncio e la prima testimonianza è quella di essere una comunità unita, aperta a chi soffre, che vive relazioni fraterne, che mette al centro l’amore. Abbiamo diverse origini, lingue, abitudini, età... ma dimostriamo che si può costruire insieme: questo è un punto chiave dell’evangelizzazione, dove la metà della popolazione è musulmana. La convivenza è abbastanza pacifica e tollerante, ma i fondamentalismi iniziano a manifestarsi in modo inquietante.
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