Visto con i nostri occhi
Dentro l'Arsenale che diffonde pace
In un quartiere di Torino si trova un’ex struttura militare: è sede del Servizio missionario giovani. Promuove progetti di solidarietà: alcuni ragazzi dell’Alto Mantovano l’hanno visitato di recente
21/01/2019
Se si dovesse varcare con l’immaginazione la soglia di un arsenale, non si può non pensare alle armi prodotte, al rumore, agli odori. Tuttavia, non tutti gli arsenali sono così. A Torino, nel quartiere di Porta Palazzo, più di cinquant’anni fa, per volere di Ernesto Olivero, all’epoca un giovane e ora quasi ottantenne ma ancora pieno di vita, l’arsenale militare della città è stato trasformato in “Arsenale della pace”. In quel momento è nato il Servizio missionario giovani (Sermig). E oggi, appena dentro, è possibile vedere una delle tanti frasi dell’Arsenale: «La bontà è disarmante». Spiegare cosa sia non è facile, in quanto è una realtà immensa, grazie alla quale sono nati molti progetti. Si occupa di integrazione, di dialogo interreligioso e culturale, di recupero di persone in difficoltà, di accoglienza, di amicizia. Anche in Brasile e in Giordania si trovano due luoghi uguali.
Proprio a Torino, dal 27 al 30 dicembre scorso, un gruppo di educatori dell’Unità pastorale formata da Castel Goffredo, Casalmoro, Casaloldo, Casalpoglio e Castelnuovo, accompagnato dal vicario don Matteo Palazzani, ha partecipato alla vita dell’Arsenale con altri 450 giovani provenienti da tutta Italia. Le giornate erano programmate dai religiosi della Fraternità della speranza – la comunità religiosa del Sermig – e scandite da diversi momenti: al mattino preghiera, seguita da attività di riflessione; al pomeriggio, attività manuali come lo smistamento dei vestiti, la cura del luogo, il lavoro della terra; prima di cena la celebrazione eucaristica e, infine, un ultimo momento di riflessione.
Durante quei giorni abbiamo vissuto momenti emozionanti che hanno arricchito le menti e il cuore: ricordiamo “Warld”, attività su problemi legati alla guerra e alla fame nel mondo; la celebrazione eucaristica del 29 dicembre, con tutti i partecipanti; il dialogo con il fondatore, il quale ha risposto a molte domande fatte dai giovani e che ci ha fatto riflettere profondamente su alcuni aspetti della vita.
L’episodio più significativo è stato il 29 dicembre: nel pomeriggio abbiamo partecipato alla “marcia della pace” del Sermig, svoltasi nel quartiere di Porta Palazzo. Con noi c’erano anche giovani, bambini, donne, uomini, cattolici, altri cristiani, musulmani, atei, amici dell’Arsenale, gente del quartiere. E così, tra i colori della pace, che sono anche quelli della gioia, dell’amore, dell’amicizia, del no alla guerra, tra canti, danze e i sorrisi dei bambini, ancora fissi nei nostri cuori, abbiamo composto un immenso fiume di persone che ha camminato per alcune strade di Torino, ribadendo che la pace è realmente possibile. È stata un’emozione irripetibile. Durante il ritorno ci siamo posti una domanda ed è maturata una convinzione: l’iniziativa del Sermig si deve forse fermare a Torino o è possibile portarla nelle nostre parrocchie, nel nostro quartiere, nel nostro cuore? La convinzione è che dobbiamo sempre credere nei sogni e basta anche solo una piccola manciata di giovani per realizzare il cambiamento. Infine, come ci ha ricordato il fondatore del Sermig, Ernesto Olivero, «i sogni, anche quelli grandi, partono sempre dai piccoli passi. Eravamo un gruppetto di giovani che voleva abbattere la fame nel mondo, ma non avevamo una lira, un luogo in cui ritrovarci, non avevamo nulla. Continuamente le porte ci venivano sbattute in faccia. Noi, però, non abbiamo mai protestato. Pianto sì e anche molto. Ma mai protestato, perché chi protesta è un debole; chi è forte è l’alternativa. Poi il Comune ci ha dato questo luogo di guerra e di morte: noi lo abbiamo trasformato in un luogo di pace».
Utilizzando le parole del cantautore Vasco Brondi, poniamoci una domanda: «Arriverà la pace inaspettata e benedetta?». Noi che abbiamo visto il luogo e vissuto l’esperienza del Sermig,
possiamo dire con certezza che la pace è possibile, ma non deve fermarsi solo in alcuni luoghi: deve e può essere esportata in tutto il mondo.
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