Visto con i nostri occhi
Don Alvaro Mani, prete tra la gente
Pubblicato il «Diario» del sacerdote in servizio nella comunità per mezzo secolo. Il libro nasce da una ricerca accurata sui suoi scritti personali, finanziata dall’associazione «Civiltà d’abitare»
01/04/2019
Il ritratto di un prete e della sua gente. Questo in sintesi il senso del Diario di don Alvaro Mani, presentato nella sala civica di corte Breda, a Quingentole, in un’edizione a cura di Nella Roveri, sponsorizzata dall’associazione culturale “Civiltà d’abitare”, presieduta da Tiziano Lotti. Con un linguaggio essenziale, che mai indulge al colore, don Mani documenta cinquant’anni di storia parrocchiale e civile di Quingentole, tanti quanti furono gli anni del suo ministero. Nelle sue annotazioni, che occupano due grandi quaderni, si mostra alieno da ogni retorica, ma pronto a cogliere ogni segnale di cambiamento per dare concretezza alla sua azione pastorale.
In paese era giunto il 1° settembre 1939 come vicario economo, prendendo possesso della parrocchia il 31 marzo 1940, nei mesi immediatamente precedenti l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale. Quando l’aveva lasciata nel 1989 il panorama politico, economico e sociale era profondamente cambiato. Nel Diario colpisce la sua attenzione alle persone, specialmente nel momento del pericolo. Se all’annuncio della guerra annota la reazione di sgomento del popolo, radunato in piazza dai rintocchi delle campane a martello, nel giorno della Liberazione racconta di aver dato rifugio in chiesa a una sessantina di soldati austriaci disarmati, accompagnati da due loro sacerdoti che, dopo aver ascoltato le loro confessioni, celebrano per loro la Messa, prima che si consegnino prigionieri agli americani.
Forse le pagine più vive riguardano l’immediato dopoguerra, quando l’Amministrazione comunale passa nelle mani dei “rossi” e don Mani registra i frequenti faccia a faccia con il sindaco di allora per portare avanti il suo impegno pastorale. Sembra di assistere alla saga di
un novello Peppone e don Camillo, dove da parte del parroco non manca il rispetto per la persona al di là del suo credo politico, ma anche la ferma difesa dei princìpi e delle pratiche della fede cristiana.
Parallelamente il sacerdote tiene nota degli eventi più propriamente religiosi, manifestando gioia per la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni più importanti, ma sempre con l’animo disposto alla comprensione quando, a causa dei lavori agricoli, la partecipazione è più scarsa. In questo ambito don Mani dà prova di una notevole apertura, pronto ad accogliere ea coinvolgere la sua gente nelle novità introdotte dal Concilio Vaticano II, con l’avvallo del sacerdote quingentolese don Pompeo Piva, fresco di studi all’Università Gregoriana di Roma. È sicuro, infatti, che i fedeli accoglieranno con favore la liturgia nella lingua italiana e subito si dà da fare per realizzare un nuovo altare rivolto all’assemblea.
Le sue osservazioni di carattere pastorale permettono un’interessante lettura sull’andamento della devozione popolare, su associazionismo cattolico, esercizi spirituali, conferenze, processioni e tradizioni sacre che hanno caratterizzato la vita religiosa delle nostre parrocchie. Don Mani ne rileva la decrescita a partire dagli anni del Vaticano II, anni che coincidono con lo spopolamento del paese e segnano l’accentuarsi della secolarizzazione in tutta l’Italia. Tuttavia in altre pagine il sacerdote deve riconoscere con dispiacere che gli ostacoli maggiori non vengono dal popolo bensì dalla Curia, che definisce il progetto dell’altare «una gabbia per conigli», quando nella sua intenzione doveva rappresentare una grata, a ideale protezione del corpo di un martire, tanto più che la chiesa era dedicata a san Lorenzo. Ma l’episodio che più addolora gli ultimi anni del suo ministero – e lo capiamo dal linguaggio divenuto in questo passo amaramente ironico – è la “deturpazione” del sagrato, che definisce anche “turpitudine” difronte ai responsabili diocesani che l’hanno permesso.
Insieme all’attuale parroco don Roberto Buzzola e al sindaco Anna Maria Caleffi, i tantissimi presenti hanno testimoniato che il ricordo di don Alvaro è ancora vivo nei suoi concittadini e parrocchiani. Grazie dunque all’intuizione di don Renato Zenezini, che durante gli anni trascorsi a Quingentole ha attirato l’attenzione sul diario del suo predecessore, comprendendone l’importanza storica; grazie al lavoro di Nella Roveri, Liliana Osti, Fausta Gabrielli, Rita Bertolani, Guido Magnani e tanti altri che hanno reso possibile la pubblicazione, rendendo accessibili a tutti queste preziose memorie.
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