Visto con i nostri occhi
Don Mattioli sui passi del Concilio
È morto il 21 marzo a 74 anni, all’ospedale di Pieve. Uomo saggio, era stato parroco e rettore del Seminario. Viene ricordato per la semplicità, l’acutezza di pensiero e il collegamento con il Vaticano II
23/03/2020
Nella mattinata di sabato 21 marzo, all’o-spedale di Pieve di Coriano, è morto donAntonio Mattioli. Nato a Castiglione del-le Stiviere il 28 gennaio 1946, è statoconsacrato sacerdote nel 1970. Per diecianni vicario a Ostiglia, nel 1980 divie-ne parroco a Frassino di Mantova, poi aCastel Goffredo (1998). Nel 2009 rice-ve la nomina a rettore del Seminario, in-carico che lascia nel 2017. Nell’articoloviene ricordato da tre sacerdoti che sonostati suoi compagni in Seminario.

«Ricordare don Antonio vuol dire ripensare a buona parte della mia vita – afferma don Luigi Trivini, collaboratore parrocchiale a Castel Goffredo –. Ci siamo conosciuti negli anni della formazione in Seminario ma, essendo i nostri paesi di origine vicini (lui Castiglione, io Cavriana), i nostri rapporti erano costanti anche durante i mesi estivi. Tra noi era abbastanza frequente parlare anche dell’ideale che stavamo preparando. Erano quelli gli anni del Concilio Vaticano II, si guardava con soddisfazione le nuove idee che avanzavano. Antonio non emergeva nel gruppo, perché di carattere schivo e semplice, ma brillava per la lucidità e la forza della sua intelligenza che sapeva cogliere i problemi e dare risposte sempre adeguate.
Una volta diventati preti, le esigenze del ministero ci hanno diviso: lui a Ostiglia, io a Castel d’Ario, ma l’amicizia e la stima sono sempre continuate, fino all’ultima fase della vita nella quale ci siamo ritrovati a Castel Goffredo. Don Antonio era inserito tra i giovani, i gruppi scout a Ostiglia, talmente preso da non avere nemmeno il tempo per andare a trovare i suoi genitori. A Frassino poi si è trovato difronte a problematiche del tutto nuove: la sua azione è stata pastorale, nel «tentativo di creare una comunità cristiana fatta di persone provenienti da zone diverse, e una comunità sacerdotale all’interno della casa parrocchiale. A Castel Goffredo si è inserito cercando di dare valore alla tradizione cristiana coniugata a una realtà industriale nuova. Non vanno dimenticati gli anni come rettore del Seminario vescovile, per formare i futuri sacerdoti e sostenere i diaconi permanenti. Una scelta non voluta, forse la più faticosa, ma alla quale ha dato il suo assenso spinto da spirito di obbedienza.
«Negli ultimi tempi, quando la malattia lo limitava, diceva: “Quando starò meglio potrò aiutarvi a...”. Appena poteva era al suo posto a confessare. È passato in mezzo a noi senza far rumore e ovunque ha lasciato il segno della sua disponibilità di una fede in apparenza semplice, ma ricca di conoscenze e riflessione, di una ricerca sempre profonda del mistero cristiano e il desiderio di attuarlo fin dove poteva in una Chiesa al passo con i tempi».
Racconta don Luigi Righettini, parroco di Bondeno di Gonzaga: «Il primo ricordo è degli anni Sessanta in Seminario, compagni di classe: vedevo in don Antonio un grado distinto di intelligenza, impegnato nell’approfondimento della teologia, molto stimato dai superiori per essere benformato sulla visione pastorale del Concilio. Ha sempre mostrato particolare interesse per le virtù evangeli-che e lo stile della vita del sacerdote secondo i documenti conciliari, collaborando con altri sacerdoti per realizzare gli incontri di aggiornamento per i preti giovani, sotto la guida di monsignor Osvaldo Mantovani.
«Viveva questi princìpi con uno stile rigoroso di sobrietà, azione pastorale intelligente e preparata. Aveva collaborato a creare una rete di giovani sacerdoti, “ministruttura” attraverso la quale, con incontri mensili e l’aiuto diun teologo, venivano affrontati vari aspetti della vita pastorale: a volte nella parrocchia del Frassino oppure in città. Aveva un’attenzione particolare verso i sacerdoti che in passato hanno operato nella nostra diocesi e raccoglieva i loro libri perché non andasse dispersa la preparazione teologica del clero mantovano, arricchendo in questo modo la biblioteca del Seminario. «Prego il Signore insieme a san Luigi Gonzaga, verso il quale era molto devoto e anche raffinato cultore della sua vita, affinché possiamo testimoniare quell’immagine di sacerdote che don Antonio ha sempre pensato e insegnato».
Anche don Giorgio Bugada, parroco di Riva e Sailetto di Suzzara, ricorda il confratello: «Non posso dimenticare il giorno in cui don Antonio arrivò a trovarmi a Valsecca (Bergamo), quand’ero rinchiuso nella gabbia di gesso che per quattro mesi mi tenne lontano dalla diocesi, come se avesse fatto la cosa più naturale del mondo: andare a trovare un compagno degli anni del Seminario. Con don Antonio ho vissuto il Concilio, a lavori incorso. La Chiesa “maestra di umanità” di Paolo VI in lui era vissuta in profondità. Mai appariscente ma sempre presente con la sua parresìa, franchezza di parola, sofferta, umile, non da maestro ma da discepolo di una Chiesa che amava. «Chi lo ha avuto come insegnante di Religione, curato, parroco, rettore, amico non ha bisogno della mia testimonianza. Io posso testimoniare che lo ha sempre fatto da prete secondo la vocazione che ha arricchito la sua umanità, il suo essere cristiano. Ora con discrezione è andato all’incontro con il Padre che nelle comunità ha sempre invocato, testimoniando che non si può essere figli senza quella fraternità che arriva anche ai “nemici”. Rendiamo grazie a Dio. Lo voglio rinnovare anch’io questo grazie, in assenza della celebrazione eucaristica, nella liturgia del vissuto quotidiano: don Antonio non è morto, solo perché lui sapeva di persona cos’è la vicinanza».
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