Visto con i nostri occhi
Don Regis, la sua vita tutta per la «Cittadella»
Intervista inedita al direttore scomparso nel 2007: l'infanzia in Piemonte, gli anni in Seminario, l'amicizia con Damiano Dolci, i rapporti con il vescovo Ferrari: ritratto di un uomo di Chiesa e profonda cultura
16/01/2018
Ero arrivato alla “Cittadella”, come redattore, nella primavera del 1996. Dopo più di dieci anni di lavoro fianco a fianco del direttore monsignor Benito Regis, un giorno (18 aprile 2007) gli avevo chiesto un’intervista. Per me, come appunti personali, per non disperdere un patrimonio di notizie legate a lui e al settimanale, che ha diretto dal 6 ottobre 1985 fino al 2015, anno della morte. In occasione del terzo anniversario della scomparsa (19 gennaio), ho tirato fuori dal cassetto quell’intervista inedita, per proporla ai nostri lettori. Il testo mantiene il tono confidenziale con cui è nato; oggi si trasforma in un documento per ringraziare un sacerdote che ha dedicato la sua vita alla Chiesa, alla cultura e al giornalismo.
Che cosa ricordi della tua famiglia?
Sono nato a Castelnuovo Scrivia, provincia di Alessandria e diocesi di Tortona, il 15 luglio 1929. Mio padre Giovanni, maresciallo dei carabinieri, è morto quando avevo 16 anni. Ho ricevuto i valori cristiani da mia madre, Santina Stella, donna di solidi princìpi, che non ho mai sorpreso a dire una bugia.
Come giudichi i piemontesi?
I piemontesi sono apparentemente freddi. In realtà possono avere molto pathos, però non lo esprimono volentieri oppure lo esternano con moderazione. Norberto Bobbio era solito dire: «Esagerùma nèn», cioè non esageriamo.
Quando è arrivata la decisione di entrare in Seminario?
Sono entrato nel Seminario minore di Stazzano (Alessandria) a 11 anni, senza convinzione, perché a quell’età un ragazzo è immaturo. Me lo avevano suggerito le suore, dopo che vi erano andati due miei vicini di casa. La scelta di diventare prete si è manifestata nel periodo del liceo.
Hai qualche ricordo particolare del Seminario?
Nel Seminario maggiore di Tortona ho collaborato con Danilo Dolci, in seguito noto sociologo e poeta: era figlio del capostazione della città e apparteneva alla Fuci, gli universitari cattolici. Dolci era stato incaricato di riordinare la biblioteca del Seminario e, con lui, avevo lavorato anch’io, durante le ricreazioni. A contatto con i libri, mi si è aperto un mondo.
Qualche autore…
Molte suggestioni mi sono giunte dalle riviste lette in quegli anni: “Humanitas” (con i testi di padre Giulio Bevilacqua), “Nouvelle Revue Théologique”, “La Maison-Dieu”, “Esprit”. I teologi che hanno influito sulla mia formazione sono stati Daniélou, Congar, De Lubac, Chenu, che negli anni Cinquanta hanno preparato il Concilio Vaticano II; poi Leclercq e Rahner; più tardi von Balthasar.
Monsignor Carlo Ferrari, futuro vescovo di Mantova, quando l’hai conosciuto?
All’età di 11 anni. Era padre spirituale del Seminario di Stazzano, quindi a Tortona. Insegnava Teologia spirituale. Nel 1952, quando sono stato ordinato sacerdote, monsignor Ferrari ha voluto che lo seguissi a Monopoli (Bari), nella diocesi di cui era stato nominato vescovo. Sono rimasto con lui in Puglia per quindici anni e, nel 1967, l’ho raggiunto a Mantova.
Dimmi il tuo ricordo di monsignor Ferrari.
Era un padre spirituale nato. Ha mantenuto questa caratteristica anche da vescovo: a Monopoli e a Mantova alcune persone si confessavano da lui. Ha creduto veramente nel Concilio.
Nel 1985 tu sei arrivato alla “Cittadella”…
Sì, in quell’anno il vescovo Ferrari stava per dare le dimissioni, per raggiunti limiti d’età. Era stato chiesto al professor Dante Bettoni di dirigere il settimanale, ma, di fronte alla sua risposta negativa, il vescovo ha ripiegato su di me, che nel settore del giornalismo non avevo mai lavorato.
Quali sono i tuoi criteri ispiratori?
Da quando sono direttore della “Cittadella”, la magna charta sono la Gaudium et spes del Vaticano II e la dottrina sociale della Chiesa. Ho fatto spesso riferimento al cardinale Carlo Maria Martini e a Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose.
I cattolici mantovani come vedono il “loro” settimanale?
Ho sempre avuto parecchi apprezzamenti verbali dal vescovo Egidio Caporello, dai sacerdoti (in particolare quelli del Seminario) e dai laici più vicini alla vita della Chiesa.
Erano apprezzamenti sinceri?
Sì, li coglievo come tali. A giudicare però dalla diffusione della “Cittadella”, l’apprezzamento è da mettere in forse. I sacerdoti mantovani e le parrocchie non hanno ancora capito l’importanza degli strumenti della comunicazione sociale. Non esiste una coscienza del ruolo che il settimanale può esercitare nella pastorale parrocchiale.
Un giorno ti ha telefonato il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro.
In occasione della sua visita a Mantova (1996), avevo pubblicato un editoriale nel quale esprimevo ciò che pensavo su di lui. Qualche giorno dopo, Scalfaro mi telefona dicendomi che aveva gradito l’articolo. Gli ho risposto che, se si trattava di verità, apprezzavo la sua chiamata; se invece erano complimenti, mi facevano ugualmente piacere.
La Cittadella Mantova La Cittadella Mantova