Visto con i nostri occhi
«Donatori di musica»: il sorriso diventa terapia
Festeggia i dieci anni di attività un’esperienza che ha messo radici nel reparto di Oncologia dell’ospedale di Mantova. Parla il primario, Maurizio Cantore: «Essere vicini ai malati»
08/07/2019
I musicisti scostano dall’angolo della stanza il pianoforte, ben accordato. Gli ascoltatori arrivano alla spicciolata, qualche parente, amici, i colleghi del coro diocesano. Il primario siede in prima fila e due infermieri si attardano poggiati allo stipite della porta. Una signora spinge l’apparecchiatura medica alla quale è attaccata e si siede a godersi il concerto. Tutti sono allegri, due bambini scartocciano caramelle, altri applaudono soddisfatti. Per mezz’ora ci si dimentica di essere al secondo piano dell’ospedale, nella saletta incuneata tra oncologia ed ematologia. Ad esibirsi in pagine liriche che rappresentano la prova generale del programma poi eseguito a san Benedetto Po, nel chiostro di san Simeone, ci sono gli allievi di un tenore che ha iniziato a frequentare il reparto da paziente ed è stato “arruolato” nel progetto Donatori di musica. L’ardimentoso “comandante in campo” è il primario Maurizio Cantore che, trasferito il 1 aprile 2014 da Carrara a Mantova, ha traslocato anche uno Steinway.
L’oncologia del “Carlo Poma” alle terapie mediche aggiunge la cura del sorriso, con effetto domino: è come gettare un sasso nel mare e far arrivare le onde (sonore) lontano. È bello vedere, ma anche offrire, entusiasmo. In questi appuntamenti di ogni genere musicale, otto-novecento l’anno in una ventina di strutture in Italia, sono gli interpreti a ringraziare per l’esperienza: da Paoli ad Arbore, da Mannoia ad Allevi e poi Bollani, Dindo, Bocelli, Prosseda ora direttore artistico dei donatori e, a Mantova, il conservatorio con un anno di momenti musicali e lo scorso giugno la staffetta durata dieci ore di Trame sonore. Impossibile annunciare i protagonisti o tenere aggiornato il sito: si procede con la tecnica della sorpresa, del passaparola “suona un amico, venite”.
Donatori di musica, che in questi giorni ha festeggiato i dieci anni di vita, nacque grazie a Gian Andrea Lodovici, critico Rai e produttore discografico. La malattia, di cui tutti gli parlavano in via esclusiva, gli aveva tolto l’ossigeno vitale della musica. Lodovici andò da Cantore come ultima spiaggia, guardandolo con indifferenza, certo di sentire un elenco di terapie. Ma il medico ebbe una visione che invertì i ruoli: «eravamo in mezzo al mare in tempesta, lui stava affogando e io ero su una tavola di legno. Invece di stendergli la mano, chiesi a lui di salvarmi, portandomi la sua musica. E lui lo fece». Dai primi concerti fu inciso un cd dal titolo Uno strumento per oncologia e il ricavato servì a dotare il reparto di un secondo pianoforte. Un altro arrivò a Bolzano, poi a Verona, Nuoro, Perugia, Palermo e così via. Con il caso speciale di Brescia dove la musica, alla quale si attribuisce la capacità di abbattere muri, sfondò davvero una parete perché la porta da cui doveva passare lo strumento a coda era troppo stretta.
Dopo il sisma del 2012, in ventiquattr’ore si resero disponibili quaranta musicisti che suonarono in mezzo alle macerie o nelle tendopoli, dal campo Torino 6 di Mirandola a Finale Emilia. Lì era caduto il campanile della chiesa e gli sfollati regalarono agli interpreti magliette con scritto “non crolleremo mai”. «Quante volte un malato di tumore ha detto: per me è stato un terremoto» dice Cantore illustrando quella che per lui è un’equazione matematica: «Ho avuto la fortuna di incontrare persone che, avendo bisogno del mio aiuto come medico, hanno dato un senso al mio lavoro perché ho chiesto aiuto a loro come musicisti».
Il cancro è una malattia sociale. «Oncologia non deve essere il ghetto dove un paziente è recluso». Negli spazi che si pensa siano solo di chemioterapia, la musica crea una relazione vera e profonda con chi soffre «senza la separazione del camice, senza il potere che il camice dà». Il medico entra in sintonia con l’ammalato e gli fa capire «che rimane la persona che era, anche se abitata da tre etti di tumore». Il male non può cancellare una vita e «il compito degli oncologi è impedire che avvenga questa morte spirituale e progettuale», che subentri la paura di guardare al futuro e ci si scordi chi si era nel passato. Sono concetti, conclude il primario, che vanno fatti comprendere agli individui sani e alla società. «Quando hai di fronte chi si rivolge a te per bisogno, la prima cosa da fargli capire è che lui non è la sua malattia. Aprire i canali comunicativi vuol dire cercare l’essenza della persona che si ha davanti».
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