Visto con i nostri occhi
Donne e lavoro, non c'è uguaglianza
A Mantova il tasso di occupazione femminile è del 54%, inferiore di oltre venti punti rispetto a quella maschile. Il divario di genere è dovuto a tanti aspetti: serve un cambiamento culturale
25/12/2018
Parità di genere, questa sconosciuta. Per decenni si è discusso sulla necessità di ridurre le differenze tra uomini e donne, con l’illusione effimera di esserci riusciti, almeno in alcuni campi. in Italia, per esempio, è vero che le iscrizioni delle donne all’Università superano del 36% quelle degli uomini, tuttavia per molte di loro realizzarsi professionalmente nel mondo del lavoro resta assai complicato. E la nostra provincia non fa differenza.
In base ai dati della Camera di commercio, nel 2017 a Mantova il tasso di occupazione femminile era del 54,1%, meno della media lombarda (59,3%) e, soprattutto, in calo rispetto al passato. Per trovare un valore più basso, occorre tornare al 2013 (era il 52,7%). E anche negli anni precedenti, cioè nel periodo più intenso della crisi economica, non era mai scesa sotto al 54,5%. Di contro, l’anno scorso l’occupazione maschile a Mantova è arrivata al 76,3%, grazie a una crescita che continua dal 2015 e ha toccato il punto più alto dal 2010 a oggi.
Non solo per le donne è più complesso trovare lavoro, ma risulta anche più difficile affermarsi professionalmente. Lo mette in luce il quadro delle imprese femminili, cioè quelle in cui la partecipazione di donne (attraverso quote societarie o cariche amministrative) supera la metà: a Mantova nel 2017 erano 8.355, il dato numerico più basso degli ultimi anni. Il calo si riflette sull’impatto delle donne sul mercato: oggi le aziende femminili sono il 20,5% del totale (e la percentuale è aumentata), ma nel 2013 superavano il 21% (erano oltre 9mila). Nel complesso, insomma, il trend è tutt’altro che positivo e, se si pensa alla condizione della donna nel mondo del lavoro, è lecito preoccuparsi.
Nell’individuare le cause dello scenario, il segretario della Cisl “Asse del Po” Dino Perboni evidenzia due aspetti. Da un lato la crisi economica «che nel Mantovano ha colpito in particolare il settore della calza, dov’era massiccia la presenza femminile» e ha portato a un vero «tracollo», con il divario occupazionale tra uomini e donne che tocca il 22,2%. Dall’altro il modello di welfare italiano orientato soprattutto sugli uomini: «quando c’è una crisi economica – fa notare Perboni – si tende a salvaguardare l’occupazione maschile e le donne rischiano più spesso di finire fuori dal mercato del lavoro».
E per chi continua a restarci, la situazione non è sempre rosea. Uno studio della Commissione europea ha stimato che, in Italia, gli uomini hanno un salario maggiore del 43,7% rispetto alle donne (la media del continente è del 39,6%). Questo dato è il risultato di una serie di fattori: le donne ai vertici di imprese o settori aziendali sono poche (e quindi hanno, in genere, stipendi più bassi); svolgono varie attività non retribuite, come lavori domestici e cura dei figli, a cui dedicano 22 ore a settimana (contro le 9 degli uomini) e trascorrono maggiori periodi di tempo fuori dal mercato del lavoro, con effetti negativi su percorso di carriera e retribuzione. Del resto, l’immaginario comune relega la donna ad “angelo del focolare”, dedita esclusivamente alla cura della casa e della famiglia.
Nonostante anni di battaglie per l’emancipazione, è ancora difficile scardinare questa mentalità: conciliare lavoro e famiglia sembra un’utopia, o perlomeno una sfida improba. Secondo l’Ispettorato del lavoro, delle circa 30mila donne italiane che nel 2017 hanno lasciato il proprio lavoro, l’82% lo ha fatto per difficoltà legate proprio a questo forte impegno. «Il primo scoglio da superare – spiega Perboni – è il welfare che riconosce all’uomo il ruolo di capofamiglia. Pensiamo al congedo di maternità: in Italia arriva a undici mesi, mentre nel nord Europa si va da uno a due anni e, soprattutto, riguarda anche il padre». Per il segretario della Cisl, sono numerosi gli strumenti da adottare: più servizi per favorire l’accudimento dei figli, aumentare l’utilizzo del part-time, introdurre orari di lavoro più flessibili laddove possibile, promuovere il telelavoro. «È stato fatto molto negli anni per migliorare la situazione – afferma –, tuttavia è evidente che ci sia ancora un forte gap da colmare. Va ridefinita una serie di politiche per conciliare due esigenze: famiglia e lavoro».
Quando si parla di occupazione femminile c’è anche un altro aspetto significativo da considerare: la violenza di genere. Un’indagine svolta dall’Istat nel 2017 ha evidenziato che 1,4 milioni di donne hanno subito molestie o ricatti sessuali sul luogo di lavoro durante la propria vita: rappresentano l’8,9%, considerando anche quelle in cerca di occupazione. E purtroppo il fenomeno è in aumento, visto che nei tre anni precedenti all’analisi, le vittime erano state 425mila, cioè il 2,7%.La violenza non sempre genera una vera e propria aggressione: talvolta, infatti, viene “mascherata” dietro richieste sessuali per ottenere un’assunzione o un avanzamento di carriera. Le vittime si trovano così in una situazione di sudditanza difficile da combattere e, soprattutto, da denunciare.
Inoltre, le molestie non hanno solo un impatto negativo sul piano emotivo e psicologico, ma hanno ripercussioni sul lavoro: il 33,8% delle donne cambia lavoro o rinuncia alla carriera, mentre il 10,9% è stata licenziata, messa in cassa integrazione o non assunta. «La violenza di genere nel lavoro è un fenomeno preoccupante – dice il segretario della Cisl –, anche perché nel secondo dopoguerra sono stati fatti passi avanti sul piano dell’emancipazione. Oggi c’è un progressivo impoverimento culturale che vede la donna come un oggetto. Perciò il contrasto diventa difficile: serve un lavoro ampio nella società, attraverso le scuole e le aziende, affinché la discriminazione sia punita e si faccia vera prevenzione».
La Cittadella Mantova La Cittadella Mantova