Visto con i nostri occhi
Donne fragili, c'è chi le aiuta
Dal Centro per la vita un’iniziativa che intende prevenire la depressione da parto: «Mamme per mano» è un progetto in collaborazione con il reparto di Psicologia clinica dell’Asst di Mantova
30/09/2019
Quando in un'azienda si parla di “core business”, si intende la principale attività che crea fatturato e di conseguenza guadagno. Se invece si guarda alla dimensione umana e caritativa ecco che il “core business” non si rivolge più al fatturato ma ad un guadagno molto maggiore in termini di capacità di comprensione, di aiuto e di vicinanza fatta di sentimenti veri.
Il Centro di Aiuto alla Vita (Cav) di Mantova ha da sempre il suo “core” nel sostegno alla maternità, e se fino a ieri era più rivolto alle donne che dovevano decidere se affrontare la gravidanza e tenere il bambino, oggi è orientato a dare un aiuto durante e dopo la nascita del figlio, per tutta una serie di difficoltà e problemi: economici, di solitudine o abbandono, di violenza fisica o psicologica…
La scorsa primavera è partito il progetto “Mamme per mano”, finanziato dalla Fondazione Conte Gaetano Bonoris e dalla Fondazione Comunità Mantovana Onlus in collaborazione con l’Azienda socio sanitaria territoriale di Mantova. La finalità primaria è la prevenzione della depressione post parto: ma in che modo questo obiettivo coinvolge direttamente il Cav? «Potenziando l’accompagnamento durante la gravidanza e nel puerperio – dice la vicepresidente Maria Luisa Costa -. Noi intercettiamo le donne al nostro sportello, e il fatto che almeno il 70% siano straniere, di varie etnie, lingue e culture, rende difficoltoso il loro afferire ai servizi se non a quelli strettamente sanitari legati alla gravidanza e al parto. Però qui da noi vengono, ricevono aiuti materiali come pannolini, corredini e giocattoli e intanto vengono accolte e ascoltate. Dall’ascolto riusciamo a capire se ci sono degli indicatori di rischio che potrebbero portare a una sofferenza in un momento tanto delicato per una donna».
Referente del progetto, promosso d’intesa e con la supervisione del dottor Andrea Benlodi, responsabile di Psicologia Clinica dell’ospedale, è l’ostetrica Donatella Simoncelli, da circa un anno volontaria del Cav. «Attorno al Centro c’è un terreno fertile – dice – fatto di fiducia. Le mamme che si rivolgono a noi hanno creato un rapporto con le volontarie. Vengono a chiedere aiuto, ma il fatto di ricevere una proposta, un invito a partecipare, dimostra che qualcuno vuole prendersi cura di loro. E la proposta che facciamo è quella di trovarsi insieme ad altre donne per creare un gruppo in cui confrontarsi, aprirsi, aiutarsi».
L’esperienza del gruppo ha “nel” gruppo un valore aggiunto. Pensare di essere dentro a relazioni aiuta a incrociare un momento di particolare vulnerabilità con le risorse dello scambio di informazioni, che non è unilaterale: agli incontri partecipano le mamme e le volontarie del Centro, ma anche una o due ostetriche, una psicologa, una pedagogista, quindi figure di competenza. «Le donne – aggiunge Donatella - in questo spazio-tempo a loro disposizione, hanno la possibilità di scambiarsi qualcosa sulla esperienza che stanno vivendo. Si mettono insieme fragilità ma anche una crescita nella competenza e nella sicurezza di potere affrontare un’eventuale situazione difficile. Parliamo di donne che magari non hanno altre occasioni per ritrovarsi insieme, in modo informale, libero, gratuito».
Nel corso di questi mesi il gruppo è cresciuto, le future mamme continuano ad arrivare e anche a loro il progetto viene proposto. Sono aumentate anche le volontarie che si prestano ad aiutare e a seguire gli incontri. «La depressione esiste anche in gravidanza, non solo dopo il parto, ed è difficilissima da ammettere – aggiunge Lorena Peotta, educatrice perinatale –. Le azioni del progetto sono tre: il gruppo vero e proprio, il colloquio individuale laddove si intravede una difficoltà che non è possibile affrontare nel gruppo e la visita domiciliare quando la donna è impossibilitata a venire al Cav. Se si interviene in questo momento, veramente la prevenzione è assolutamente efficace, e quando si aiuta una donna si aiuta la società. Qui le donne iniziano a parlare anche dei problemi di lavoro dei mariti o educativi dei figli a scuola: c’è un confronto, uno scambio di esperienze».
«Attualmente le donne che frequentano i gruppi sono 44 - dice Elena Secchiati, ostetrica operatrice di supporto progetto -, di cui 17 solo dell’ultimo mese, mentre 32 sono in stand-by, cioè sono state invitate ma non hanno ancora partecipato. A giugno, su 70 inviti ci sono state 53 presenze! Alcune persone vengono da lontano, quindi c’è il problema dei mezzi pubblici e dei figli grandi da collocare. Circa un 10% delle mamme viene segnalato ai servizi quali Consultorio, assistenti sociali e al dottor Benlodi: noi fungiamo da filtro e primo intervento, saranno poi loro ad occuparsi di un trattamento opportuno caso per caso».
“Mamme per mano” verrò rifinanziato anche il prossimo anno: è un progetto “pilota”, perché non è presente né in altri Cav né in altre aziende socio sanitarie. Un modello di prevenzione associata alla cura delle persone, senza distinzione alcuna, che si occupa di donne spesso sole, abbandonate o in situazione di pesante disagio economico o vittime di violenza. «È una complessità che chiede di strutturare di più e in diverso modo le attività – ha detto Elisabetta Pittino, presidente di Federvita Lombardia, in visita al Cav nei giorni scorsi insieme ai rappresentanti di Castiglione delle Stiviere, Asola e Brede -. Obiettivo importante è anche creare nelle donne la consapevolezza della propria rilevanza politica e sociale. L’incontro fa da supporto al nostro servizio alla Vita e l'ascolto è il cuore delle nostre attività». Il cuore, appunto. O “core business” che sia.
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