Visto con i nostri occhi
Edilizia di culto, il progetto tenga conto della comunità
Il convegno di Mantovarchitettura su gestione e progettazione degli edifici destinati alla fede ha visto la nostra diocesi tra gli organizzatori. Coinvolgere le parrocchie è la parola d’ordine
04/06/2019
«Dio è architetto e costruttore», è scritto nella Lettera agli Ebrei. «Ecco allora che anche un vescovo è giustificato a intervenire a questo incontro!» ha detto monsignor Marco Busca aprendo i lavori al convegno di Mantovarchitettura svoltosi il 28 maggio nella sede del polo territoriale di Mantova del Politecnico di Milano. Il tema “Strumenti per la progettazione e la gestione dell’edilizia di culto” ha visto la diocesi mantovana in prima linea nell’organizzazione dell’evento. Numerosi i sacerdoti presenti nell’aula magna della facoltà, mescolati agli studenti e agli architetti iscritti all’ordine, e anche ai titolari delle ditte private che hanno collaborato con l’ufficio tecnico della diocesi negli anni del dopo terremoto. Perché il sisma del 2012 è stato, per forza di cose, un evento spartiacque nella gestione della conservazione di chiese e fabbricati destinati alle comunità. «E il Politecnico – ha continuato il vescovo Busca – è stato ed è tuttora valido interlocutore nella progettazione e nell’organizzazione dei restauri».
Chiese, campanili, oratori e case parrocchiali non sono beni museali, ma sono legati alla vita delle comunità. Non opere da ammirare ma luoghi in cui vivere. È il punto di partenza dell’intervento del vescovo di Pavia, Corrado Sanguineti, delegato regionale della Consulta episcopale per i Beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto. «Bisogna sviluppare una cultura della gestione – ha ribadito – che abbracci risorse tecniche, finanziarie e umane». Occorre quindi passare da una prospettiva emergenziale a una gestione programmata: «Dobbiamo favorire la cura di questi edifici che abbiamo ereditato da chi ci ha preceduto nella fede. E anche gli architetti devono tenere conto della loro destinazione pastorale».
L’architetto Alessandro Campera, direttore dell’Ufficio tecnico della Curia vescovile, ha condensato in quattro punti il percorso che si vuole intraprendere nella gestione dei lavori: costruire un approccio preventivo, coinvolgere le comunità sull’opportunità degli interventi, relazione tra attività pastorale e conservazione, e infine, per tornare alle parole di monsignor Sanguineti, cultura della gestione. In Italia sono una ventina all’anno le nuove chiese richieste dalle comunità, 250 negli ultimi dieci anni.
Il punto di vista di don Valerio Pennasso, direttore dell’Ufficio nazionale della Cei per i Beni culturali e l’edilizia di culto, è che dove si va a costruire un nuovo edificio di culto, si va a incidere su un tessuto sociale, umano e politico. Avviene in molti casi un riscatto dal degrado di alcune zone di periferia, la viabilità viene trasformata, i servizi alla persona e sociali hanno più forza: si attua un cambio di marcia che “ripulisce” tutto il quartiere e dà senso all’essere comunità. La progettazione - questo è il vero punto - deve partire dal dopo, dal fondo, da quello che sarà una volta finito, da quando verrà aperta una chiesa, inaugurato un oratorio, restaurata una cappellina. Da quel momento in poi, per sempre. La progettazione deve tener conto degli effetti che l’intervento avrà sulla comunità.
Un altro grande tema è quello della conservazione programmata, soprattutto dopo il sisma del 2012. Bisogna essere preparati a gestire le emergenze, e lo si fa costruendo un sistema di intervento per limitare i danni, per prevenire i rischi esercitando una cura continua, una manutenzione ordinaria nonostante la carenza di fondi e di risorse economiche. «Perché – è il punto di vista del professor Stefano Della Torre del Politecnico di Milano – la gestione attenta è di fatto il modo per affrontare anche la diminuzione di risorse o la necessità di adeguare il patrimonio a condizioni che nel tempo cambiano».
La professoressa Cinzia Talamo, del Politecnico, insiste nella raccolta delle informazioni che riguardano i dati tecnici dei vari edifici, una sorta di schedatura della storia di ciascun luogo di culto, in modo da conoscerne eventuali punti deboli e programmarne una manutenzione prima che diventi emergenza. Nei secoli è cambiata la disposizione dei fuochi liturgici (come l’ambone, il tabernacolo, la cattedra del vescovo, il leggio, il coro), sono cambiate le tecnologie sia per l’illuminazione che per l’amplificazione, si è data maggior attenzione alla sicurezza, al microclima, all’abbattimento delle barriere architettoniche, alla movimentazione. Sono tutti interventi che devono essere programmati, discussi, scelti insieme alla comunità che andrà ad “abitare” quei luoghi, perché li sentirà come riparo del proprio spirito, casa delle proprie preghiere.
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