Visto con i nostri occhi
Educazione, «arma» contro i boss
Dibattito a Gazoldo degli Ippoliti per la rassegna «Raccontiamoci le mafie»: presenti il vescovo Marco Busca, Vincenzo Spagnolo di «Avvenire» e l’ex presidente della Commissione parlamentare Rosy Bindi
30/09/2019
Il disarmo della mafia non parte dalle mani dei criminali, bensì dalla testa dei cittadini dove la mentalità dei clan trova consenso e si diffonde. Don Pino Puglisi, sacerdote palermitano, l’aveva capito bene e proprio per il suo impegno a favore dei giovani venne assassinato nel 1993. Il suo sacrificio fa capire quanto sia importante l’educazione, aspetto su cui il vescovo Marco Busca ha posto l’accento giovedì sera, durante un incontro a Gazoldo degli Ippoliti nell’ambito del festival “Raccontiamoci le mafie”. «La mafia si insinua nei contesti di fragilità – ha detto – dove mancano i legami sociali di vicinanza e conforto. Il contributo decisivo di don Puglisi è stato capire che la vera soluzione è l’educazione». Un processo che deve riguardare tutti, specie in una società frammentata come quella di oggi. «Non possiamo basarci sulla buona volontà di un singolo – ha aggiunto Busca –. Abbiamo bisogno di leader maturi che si prendano cura degli altri con gratuità. La cultura della legalità darà frutti a condizione che i giovani abbiano incontrato adulti “generativi”».
Alla serata hanno partecipato il giornalista di “Avvenire” Vincenzo Spagnolo e l’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi. Il titolo era “Alla fine non ci verrà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili”: parole di Rosario Livatino, magistrato ucciso nel 1990 dalla Stidda, organizzazione mafiosa siciliana. La stessa al centro di una recente operazione che ha portato a decine di arresti, anche nel Bresciano. È la conferma di quanto il fenomeno resti difficile da sconfiggere. «La mafia è l’opposto del Vangelo e della Costituzione, è un furto di democrazia – ha affermato Bindi –. Bisogna però riconoscere che qualche passo avanti è stato fatto. Certo bisogna approvare norme più efficaci, per esempio sugli appalti. Serve prevenzione perché la mafia oggi abita il “nostro” mondo e dobbiamo difenderlo dalle infiltrazioni. È chiaro che ci sono responsabilità politiche, ma non si può ridurre tutto alla classe dirigente. L’atteggiamento di voltarsi dall’altra parte riguarda sempre più da vicino i comuni cittadini e i professionisti. L’educazione va fatta a tutti i livelli: è questa la sfida di oggi».
Il discorso si è poi spostato sull’attività della Commissione parlamentare antimafia, presieduta da Bindi tra il 2013 e il 2018, che ha approfondito vari elementi legati alla criminalità. Al riguardo, Bindi ha sottolineato il clima di generale freddezza con cui veniva considerato il loro lavoro. «Persino dentro al Parlamento si fatica a capire che la mafia riguarda tutti – ha dichiarato –. Una delle cose che la nuova maggioranza potrebbe fare è una nuova legge sulle società segrete: sarebbe un colpo alla “zona grigia”, fatta di professionisti e imprenditori, di cui la mafia si serve per creare relazioni».
Viene naturale pensare ai legami tra clan, politica e istituzioni emersi a più riprese: dallo sbarco alleato nella Seconda guerra mondiale, al terrorismo, fino all’epoca delle stragi. «In ogni fase difficile c’è stato il contributo della mafia – ha continuato Bindi –. Per anni la politica si è divisa su questo aspetto, invece bisogna essere uniti. Oggi è difficile individuare le infiltrazioni mafiose perché il potere si è spostato verso l’ambito locale, tuttavia anche in Parlamento ce ne sono. Dobbiamo far luce sul nostro passato e impedire che questo “furto di democrazia” possa ripetersi».
Un furto reso possibile dal consenso sociale, ottenuto anche distorcendo i simboli religiosi. Da questo punto di vista, secondo l’ex presidente della Commissione antimafia papa Francesco segna una svolta positiva: «È importante che lui abbia scomunicato i mafiosi perché se non si parla con chiarezza si rischiano fraintendimenti. Il Papa parla con durezza anche della corruzione. Mi viene in mente don Tonino Bello, per cui i politici dovevano essere come condutture d’acqua: guai se una goccia non arriva a destinazione perché l’abbiamo trattenuta o deviata». Anche per Bindi, per essere «credibili» bisogna puntare sulla formazione: «L’impoverimento del nostro Paese su questo fronte è preoccupante - ha concluso -. C’è un estremo bisogno di coscienza critica, anche nella Chiesa. Preti e associazioni cristiane devono aiutare le persone a capire la realtà. Ciascuno deve fare il proprio dovere: è questa la lezione più importante che dobbiamo recuperare».
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