Mantova cultura 2017
Ekaterina Bakanova brilla nella Traviata “delle cornici”
La nostra recensione del celebre allestimento di Hugo de Ana all’Arena di Verona
03/08/2016
La grande novità di quest’anno all’Arena di Verona è costituita dalle sovrascritte riportanti il testo, in italiano e in inglese. L’aggiornamento tecnico, oggigiorno indispensabile, unisce la necessaria visibilità alla non interferenza con il palcoscenico, fattori non così scontati nei difficili spazi dell’anfiteatro.

“La Traviata” è stata riproposta nell’allestimento registico di Hugo de Hana, già recensito su La Cittadella come visivamente bellissimo quanto ricco di significati, simbolici e materici: sfoggio di intelligenza ideativa mai pedante, sempre stimolante. I costumi innovativi (dello stesso de Hana) collocano la vicenda sul finire dell’800 con fantasiosi richiami moderni, come la sottoveste a righe bianche e nere di Violetta o le rockeggianti ipercrinite e disinibite zingarelle.

Il regista argentino, nel contesto veronese scenicamente dispersivo, riesce a rendere il senso di profonda intimità che pervade questi personaggi verdiani. Un'enorme cornice, viva e attorniata da altre più piccole, circoscrive l'atmosfera e la identifica come luogo della mente, dove la sfera interiore è sottoposta allo spietato giudizio del consorzio civile, che ne esautora la riservatezza. La vita della protagonista viene scrutata da occhi cinici e da distanza ravvicinata come fosse un quadro esposto in mostra, in un continuo giostrare tra vero e verosimiglianza.

De Hana non rappresenta Violetta Valery / Margherita Gautier/ Alphonsine Plessis ma ciò che gli altri in lei vogliono vedere, ciò in cui la identificano. L'interiorità dell'infelice eroina, la purezza del sentimento portato all’ingiusta eutanasia, sono frammentati e distorti dalla riflessione di uno specchio che emette fiochi bagliori, fremiti vitali in procinto di soccombere sotto i falsi miti della società decadente, afflitta da desolante aridità. Nell'ultimo atto Violetta, dopo aver indossato il velo di sposa negata, si accascia sul baule dal quale scaturiscono i ricordi divenuti inutili cianfrusaglie: manifesti scoloriti, biglietti strappati, fogli di vecchi giornali, volantini accartocciati. I borghesi “benpensanti” le girano le spalle, mentre l’allucinazione si popola di lugubri pierrot (gli echi del carnevale) impassibili dinanzi alla sua agonia.

La replica di sabato 30 luglio ha visto salire sul podio Fabio Mastrangelo. Alcune screziature di coesione nella buca hanno fatto sì che un fischio si sovrapponesse agli applausi conclusivi tributati alla sua spiccata sensibilità interpretativa, attenta alle sfumature, emersa lampante nella calibratura delle dinamiche, ariose e leggere, a dimostrare splendidamente come anche negli spazi areniani sia possibile far “correre” i pianissimo.

Sublime la prova di Ekaterina Bakanova, dizione eccellente così come il fraseggio ulteriormente valorizzato dai morbidi “legati”, padronanza in tutta la gamma, sapienti “mezze voci”, tecnicamente e stilisticamente completa. Scenicamente ha saputo immedesimarsi appieno sia nel personaggio verdiano, sia nella concezione registica del personaggio: una Violetta Valery venata di struggente malinconia. Il tenore Francesco Demuro possiede voce gradevole nel timbro e aggraziata, che controlla soprattutto nella zona centrale, ma che risulta poco proiettata nello squillo e caratterizzata da un disturbante “singhiozzo alla Gigli”. Alfredo immedesimato nel decadentismo stigmatizzato da de Hana.

Di Artur Rucinski va segnalata la grande crescita nel ruolo di Papà Germont. Emissione tornita e ricerca coloristica nella linea di canto dosata, fattasi ancora più elegante ed espressiva. E poi Clarissa Leonardi, incisiva Flora Bervoix; Teona Dvali, comprensiva Annina. Bene Paolo Antognetti, Gastone di Letorières; Alessio Verna, Barone Douphol; Romano Dal Zovo, Marchese d’Obigny. Corretti Paolo Battaglia, Dottor Grenvil, Cristiano Olivieri, Giuseppe; Victor Garcia Sierra, Domestico/Commissionario.

Il Coro diretto da Vito Lombardi ha risposto lodevolmente alle esigenze musicali e attoriali. Convincente nel ruolo “punk” il Corpo di Ballo, coordinato da Gaetano Petrosino e impegnato nelle ammiccanti coreografie di Leda Lojodice. Stracolme le gradinate, qualche posto vuoto nella più costosa platea. Applausi per tutti, ovazioni a Bakanova e Rucinski.

Maria Luisa Abate
(foto Ennevi)

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