Visto con i nostri occhi
Export della calza: nel 2015 fatturato in calo dell’11%
Il calo dei consumi all’estero e la concorrenza di alcuni Paesi stranieri sono i principali motivi che mettono in difficoltà le nostre aziende
11/05/2016

Roberto Dalla Bella

L’economia mantovana ha una tradizione prettamente agricola, ma anche nel nostro territorio si sono affermate realtà industriali di altissimo livello. È il caso delle tante aziende tessili sparse nell’Alto Mantovano: il distretto di Castel Goffredo, specializzato nella calzetteria femminile, rappresenta un’eccellenza a livello internazionale, nonostante una crisi profonda che negli anni ha fatto numerose vittime, soprattutto tra le aziende medio-piccole. I dati sull’export presentati a fine aprile confermano le difficoltà del momento e, per avere un quadro completo della situazione, La Cittadella ha intervistato Francesco Merisio, direttore del Centro Servizi Impresa che riunisce numerose imprese della zona.

Castel Goffredo è una realtà consolidata a livello tessile. Come si è sviluppato nel tempo il distretto e che ruolo svolge oggi il Centro Servizi Impresa?
I principali aspetti che hanno portato allo sviluppo del settore nella nostra zona sono stati la presenza di competenze, le risorse finanziarie e l’innovazione tecnologica. Il Centro Servizi Impresa (ex Centro Servizi Calza, ndr) ha l’obiettivo di supportare le aziende dal punto di vista dell’innovazione. Dagli anni Ottanta, dopo un periodo di boom in cui il distretto ha saputo resistere alla concorrenza di francesi e tedeschi, la nostra realtà si è assestata e ha saputo rinnovarsi in modo efficace. Negli ultimi anni viviamo a livello locale una situazione difficile, soprattutto perché parte della produzione è stata spostata all’estero.

Nell’attività delle imprese ha un grande ruolo il commercio estero. Che anno è stato il 2015?
L’export è fondamentale e riguarda il 60% del prodotto. L’anno scorso c’è stato un calo attorno all’11%, dovuto in parte all’esportazione di prodotto che viene parzialmente rilavorato all’estero. Croazia e Serbia, ad esempio, sono territori di rilavorazione: la costituzione di aziende a ciclo completo in queste zone porta a una riduzione dell’export del semilavorato, quindi a una perdita di profitto. Nei territori di consumo, invece, in alcune zone c’è una discesa forte del fatturato (Germania -10%, Paesi Bassi -13%, Spagna -5,5%) con aumenti in altri Paesi (Regno Unito +4,8%). Il calo dell’export è stato in parte compensato dal mercato interno, cresciuto del 2,1% e in positivo per il secondo anno di fila.

La crisi economica quanto ha influito a livello occupazionale?
Negli ultimi anni c’è stata una forte emorragia di posti di lavoro. Basti pensare che nel 2005 il distretto contava 205 aziende, mentre adesso siamo attorno a 150, per un totale di 5.000 dipendenti. La maggior parte delle imprese scomparse erano di livello artigianale e anche le realtà più grandi hanno avuto problemi. Alcune di queste hanno subito una profonda ristrutturazione o hanno cambiato proprietà e grazie a queste strategie è stato possibile reagire alla crisi economica e frenare l’emorragia di occupazione.

Anche il tessile risente della concorrenza di altri Paesi che producono a prezzi più bassi. È davvero impossibile coniugare la qualità garantita dal Made in Italy con un prezzo più competitivo sul mercato?
Al contrario di quello che si potrebbe pensare, la vera concorrenza non è la Cina, ma Paesi più vicini come Polonia e Turchia. Il prezzo finale è influenzato da tanti fattori, ma credo che per vincere la sfida sia necessario puntare sempre sulla qualità che racchiude vari aspetti: il controllo del prodotto, la sicurezza sul lavoro, il risparmio energetico. Attenzioni che le nostre aziende garantiscono, ma che non sempre vengono percepite dai consumatori quando valutano il prezzo.

Cosa fare per rilanciare il settore e uscire dalla crisi?
Credo che la chiave sia l’innovazione. È fondamentale sfruttare le forti competenze che caratterizzano molte delle nostre aziende per offrire nuovi prodotti al di fuori delle calze. Nel contempo bisogna mantenere una certa presenza sul territorio, cioè da un lato presentare prodotti che rispecchiano le tendenze del momento e dall’altro cogliere le opportunità. E soprattutto dobbiamo fare gioco di squadra.
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