Visto con i nostri occhi
«Fare insieme» la scuola, i genitori vanno coinvolti
Di fronte ai ripetuti gesti di violenza occorre che ognuno si assuma le proprie responsabilità, fino a coinvolgere tutte le forze sociali presenti sul territorio
17/04/2018
Genitori che picchiano insegnanti, alunni (e alunne) che li legano a una sedia e li deridono, padri che denunciano presidi o docenti perché hanno osato rimproverare i loro pargoli. Ma dove siamo finiti? E’ il coro unanime dei mezzi di comunicazione di massa ogni volta che qualcuno di questi episodi si verifica (e ciò avviene sempre più di frequente). Tuttavia, oltre ad una generica lamentazione collettiva sulla perdita di prestigio e quindi di autorità da parte degli operatori scolastici, non mi sembra si sia mai andati oltre nelle disamine scandalizzate di giornali, televisioni e social networks. In queste righe vorrei dare un mio contributo di approfondimento e di orientamento circa le strade da prendere per ricostruire un clima positivo nei rapporti tra scuola e famiglie. Per una cura efficace, il punto di partenza è una diagnosi accurata del male.
A proposito della rottura traumatica dei rapporti di fiducia tra genitori ed educatori scolastici, il primo dato che colpisce è l’apparente occasionalità e banalità delle cause che scatenano le reazioni violente di genitori e studenti. Le aggressioni scattano per motivi abbastanza futili o di scarsa consistenza: un rimprovero, un voto cattivo, una consuetudine sgradita nei comportamenti, il disagio creato da una situazione organizzativa sbagliata o gestita confusamente (pensiamo ad esempio alle infrazioni al regolamento interno degli Istituti scolastici: come un ritardo all’entrata o una mancata giustificazione).
Tuttavia ritengo che tali episodi non siano altro che la manifestazione esasperata (anche per la debolezza psicologica di alcuni protagonisti) della corrosione dei “climi relazionali” all’interno delle scuole. Che cosa è un “clima” in una organizzazione? «Il clima viene inteso come insieme di percezioni, credenze e sentimenti che le persone elaborano rispetto all’ organizzazione di cui fanno parte» (E. Spaltro). Come si vede si tratta di un complesso sistema di interazioni prevalentemente emotive o pre-razionali che legano i protagonisti della vita scolastica fra di loro e, trattandosi di fattori assai mutevoli e scarsamente controllati dalla ragione, può facilmente succedere che, posti di fronte a qualcosa che genera ansia o malessere, i protagonisti reagiscano mettendo in campo comportamenti di paura e di aggressione.
Credo comunque che i fenomeni di aggressione siano sempre il frutto di un contesto che li favorisce e che all’origine di essi vi siano dei profondi deterioramenti relazionali e organizzativi che si manifestano nella perdita di credibilità del sistema e dei protagonisti della formazione, nella sostanziale opacità dei comportamenti personali ed organizzativi delle istituzioni educative scolastiche ed infine nel decadimento del principio di autorità che sta alla base di qualsiasi sistema di regolazione delle reti di interazione tra persone e gruppi.
E’ solo il caso di segnalare che la mia posizione è quella di un percorso di ricostruzione dei rapporti e dei climi tra i protagonisti del conflitto educativo, che abbia i caratteri di un approccio “sistemico”, ovvero sia tale da coinvolgere nei processi di avvio e consolidamento del dialogo educativo, non solo quelli che oggi appaiono come i protagonisti in negativo dello stesso (genitori e studenti che usano anche la violenza contro le istituzioni scolastiche ed i loro operatori), bensì anche gli educatori scolastici medesimi. Insomma la mia tesi è che “tutti devono cambiare”, tutti debbono ricercare le strade del ritorno alla comprensione e condivisione reciproche, tutti devono farsi carico del disagio, che gli episodi più gravi manifestano.
Ed ecco dunque i cardini di un itinerario di ricostruzione del dialogo educativo tra scuola e famiglia: si parte dalla “comprensione”, che è di più del semplice conoscere. Tra genitori e professori occorre ascoltarsi e condividere problemi ed ansie reciproche. Il secondo scalino è la “cooperazione”: dopo 50 anni di partecipazione (attraverso gli organi collegiali), non è più il tempo di chiamare i genitori a conoscere e decidere, devono essere coinvolti nel “fare insieme” alla scuola. Il traguardo finale della ricostruzione è quella di realizzare una vera, intensa, solidale “comunità educante”, che chiama alla corresponsabilità formativa le scuole e le famiglie, ma nell’alveo di politiche di inclusione di tutte le forze sociali del territorio. Già perché questo tempo che ci vede così apparentemente interconnessi, in realtà ci consegna tutti (persone di ogni generazione, strato sociale e culturale, razza o religione) a un’esperienza di solitudine e di silenzio.
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