Visto con i nostri occhi
Fuggivano dalla fame, i mantovani li accolsero
La storia dei bambini di Vienna (1920) in un accurato libro di Alessandra Fario e Tiziana Gozzi. Emerge la solidarietà messa in campo da socialisti e cattolici
11/02/2019
Viena, ultimi mesi del 1919. Dopo la disfatta della Prima guerra mondiale e il crollo dell’Impero austro–ungarico, la città è in ginocchio. Mancano il pane e il carbone per riscaldare le case: sono soprattutto i bambini a pagare le conseguenze di una situazione veramente drammatica. Il vicesindaco socialista, Max Winter, parla di«strage degli innocenti» e lancia un appello alle nazioni affinché si facciano carico delle condizioni dei piccoli con aiuti e soccorsi. Anche il cancelliere Karl Renner fa sentire la sua voce, mentre la comunità internazionale dichiara la propria disponibilità. Il papa Benedetto XV, con l’enciclica Paterno iamdiu (24 novembre 1919), richiama l’attenzione«sulla necessità di offrire denaro, alimenti e vestiario a favore dei bambini dell’Europa centrale». Quindi alcuni Paesi – Danimarca, Norvegia, Olanda, Svezia e Svizzera – si rendono disponibili ad accogliere temporaneamente i bambini di Vienna.
Partono i treni per andare a prenderli e, alla fine, i piccoli dati in affido raggiungeranno il numero considerevole di 200mila. I convogli ferroviari si mettono in moto anche dall’Italia: in particolare da Bologna, Milano e Reggio Emilia, città amministrate dai socialisti. Tra la fine del 1919 e gli inizi del 1920, nella “gara di solidarietà” è coinvolto pure il mondo cattolico italiano, mediante per esempio la congregazione dei Salesiani, fondata da san Giovanni Bosco. Le vicende che abbiamo appena descritto emergono dalle pagine del libro Mantova e i bambini di Vienna. Cronaca di una «cordiale e generosa accoglienza», pubblicato dall’Istituto mantovano di Storia contemporanea, che raccoglie i risultati di un’accurata ricerca portata avanti, nel corso di alcuni anni, sui giornali e negli archivi, da Alessandra Fario e Tiziana Gozzi.
Come ricorda il titolo, anche Mantova e il suo territorio sono stati partecipi dell’opera di solidarietà. Lo documenta innanzitutto la bella fotografia posta in copertina, con un gruppo di dodici bambini ospitati a Sermide. I cattolici mantovani, dalle colonne del quotidiano “Il Giornale” (organo del Partito popolare), denunciano la gravità della situazione dei bambini viennesi e invitano a mettere in atto gesti concreti.«Mantovani! A Vienna si muore di fame!», esclama il 16 dicembre1919 monsignor Lodovico Scalari, presidente del Segretariato del popolo, organismo assistenziale. Il 1º gennaio 1920 si costituisce un apposito comitato che, alla fine del mese, predispone un treno, il quale, partendo da Mantova, porta in città trecento bambini viennesi il 7 febbraio. L’inviato del “Giornale”, Luigi Forlin, definisce quei piccoli «macilenti, sfiniti e derelitti».
Oltre che a Sermide, dai documenti individuati da Fario e Gozzi sappiamo con esattezza che sei bambine erano state accolte dalle suore Ancelle della Carità dell’ospedale di Castel Goffredo e quattro bambini a Gabbiana di Castellucchio, grazie al coinvolgimento del parroco don Angelo Gandini. I piccoli avevano fatto ritorno a Vienna nel luglio 1920, migliorati nelle condizioni fisiche, ma l’opera caritatevole di don Gandini prosegue fino al 1924, nonostante in generale avesse incontrato l’ostilità dei fascisti, i quali consideravano i bambini “figli dei nemici” dell’Italia durante la Prima guerra mondiale.
A Gabbiana rimane Leopoldo Zohrer, detto “il Pola”, che viene accolto in canonica come un figlio da don Gandini. Nel 1934, “il Pola” sposa Maria Marsili di Rivalta sul Mincio, da cui avrà quattro figli. Nella casa parrocchiale di Castel Goffredo, invece, monsignor Francesco Orsatti ospita Marie Pink, la quale nel 1938 si unisce in matrimonio con Giuseppe Bignotti. Nasceranno sei figli: la primogenita, Angela, nelle pagine del libro, racconta la straordinaria esperienza della mamma, arrivata a Castel Goffredo all’età di soli 8 anni.
Il volume di Fario e Gozzi offre una storia inedita, in cui socialisti e cattolici, sebbene con motivazioni diverse – umanitario–politiche i primi, di carità evangelica i secondi –, si erano uniti in un comune impegno di solidarietà, con risultati assai fecondi. Una storia che ha molto da insegnare anche a noi, oggi, come sottolineano le autrici nell’introduzione: «A nostro avviso, l’aspetto caratterizzante di questa testimonianza è l’avvenuta dimostrazione di solidarietà tra popoli un tempo nemici in una prospettiva transnazionale. È un aspetto che assume oggi particolare rilevanza alla luce della crisi del concetto di Europa e dell’incapacità delle sue istituzioni di fronteggiare adeguatamente i nuovi fenomeni migratori, a prova dell’importanza della memoria di eventi lontani nel tempo, ma sempre attuali». La storia speriamo diventi maestra di vita
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