Visto con i nostri occhi
Gianni Brera a Mantova: fu amore a prima vista
Quest’anno ricorre il centenario della nascita di uno dei più grandi giornalisti sportivi del Novecento. In «Storie dei Lombardi» descrisse il profilo «tenero e cordiale» della città, ammirata da lontano all’alba
25/02/2019

Tutti ancora a discutere, i critici in malafede, sulla collocazione più realistica da dare a Gianni Brera: giornalista o scrittore? Domanda pleonastica ma soprattutto oziosa, perché una categoria non esclude l’altra. E nel caso di Brera, e di una bulimia espressiva che lo esime da ogni stucchevole compressione, può bastare il giudizio di Gilberto Lonardi che ne sottolinea la scrittura umorale, scapigliata, turbinosamente esibizionistica e ricca di dati e referti umani, a togliere i critici frettolosi dall’imbarazzo: proprio l’irrinunciabile frenesia con cui ha saputo raccontare le vicende sportive ha consentito infatti a Brera di uscire sia dalla costrizione linguistica che dall’usura cronistica.
Troppe occasioni, nell’anno del Centenario, sono state sprecate privilegiando la sterile e acritica celebrazione del personaggio Brera con tutti gli stereotipi (la Pacciada, la Padania, il Gadda spiegato al popolo…) rimastigli appiccati addosso come un’insopportabile patina muffosa. Quanto è bastato per farne un’icona popolare, certo, ma proprio per questo prigioniera di sé stessa. A Pavia, per dire, gli è stata dedicata un’imbarazzante pista ciclabile anziché intitolargli, che so, una scuola o un centro sportivo. A Milano è andato in onda un convegno dove -con la scusa della scoperta di inediti testi giovanili enogastronomici- una pletora di recensori improvvisati ha fatto di tutto per giustificare nei confronti di Brera il “quantum mutatus ab illo” dell’Enea virgiliano.
In un panorama che ben poco ha concesso all’analisi critica di taglio accademico, ecco emergere invece con la caratura di un evento destinato a essere ricordato nel tempo la celebrazione breriana proposta nella strepitosa Sala degli Addottoramenti del Liceo Classico Virgilio. E’ bastato l’intervento di tutti i più autorevoli esponenti della critica letteraria (da Franco Contorbia e Gilberto Lonardi, da Alberto Brambilla a Sergio Giuntini, da Andrea Maietti e Luigi Surdich fino alla nobiltà giornalistica di Mino Allione e Claudio Rinaldi) a consacrare l’iniziativa di Panathlon e Coni e a consegnare la “leggenda di Gianni Brera” al quinto volume degli ormai storicizzati Quaderni dell’Arcimatto (uscita prevista ai primi di settembre in coincidenza del Festivaletteratura). Ma c’è di più: con altrettanto successo, nella medesima location del Liceo Virgilio è stato licenziato il convegno sulla letteratura sportiva che ha consentito il confronto tra gli scrittori emergenti, da Furio Zara a Luigi Bolognini, da Lorenzo Longhi a Diego Alverà, da Lorenzo Fabiano a Francesco Barana.
Uno spazio non banale è stato riservato al Brera “mantovano”, con un momento di commozione allorché è toccato a chi scrive ricordare un episodio di una sessantina d’anni fa, quando Emilio Faccioli, il mio profe d’italiano, un mito del Liceo Virgilio, mi accompagnò alla Bancarella di Giovanni Piubello, sotto i portici del Broletto, per “farmi vedere Brera”.
La Bancarella stava diventando un punto di ritrovo quasi obbligato per poeti, musicisti, pittori e scrittori, da Evtuschenko a Calvino, da Bianciardi a Soldati, da Pasolini a Buzzati. In compagnia di Brera, quel giorno, c’era l’elìte dei calciofili mantovani, Antonio Fario, Ginin Camurri, Gastone Darè. Brera era ospite di una storica villa gonzaghesca, la Villa Giraffa di Goito, la Villa Moschini. Era stato invitato dal padrone di casa a una partita di caccia in palude di cui un nipote di Moschini, il mio amico Gigi Valentini, anche lui cacciatore, anche lui tra gli invitati, mi avrebbe poi raccontato in dettaglio una sera di qualche anno fa spaziando dalle anatre alle folaghe e alla batteria dei vini e dei salumi che con Brera, e con Moschini anche, grande anfitrione, non mancavano mai.
Gianni Brera non era mai stato a Mantova, era in Piazza Erbe per la prima volta, veniva dalla caccia, e l’alba di quel giorno l’ha poi raccontata -e l’ho scoperto con un’onda di commozione- in Storie dei Lombardi. “La vidi da Rivalta -scrive- dove il Mincio quasi si spegne travalicando le rive. Ero accoccolato in un gioco per marzaiole, aspettando l’alba nel cuore d’una palude crepitante di canne e fervida di richiami, di canti. Spirò un refolo di vento che fece cricchiare le canne e rabbrividire lo specchio del gioco.
Del tutto sgombro di vapori si arrossò lievemente il cielo, a oriente, e come per incanto mi apparve il tenero e cordiale profilo di Mantova. Dapprima il campanile aguzzo e i pinnacoli delle Grazie. Poi, più lontano, una cupola imponente, una torre, la merlatura guelfa d’un palazzo, uno sterminio di tetti, un fiorire stupefacente di altri merli che per curiosa immagine paragonai a un ikebana di cotto, il Castello di San Giorgio. Nel tenue rosa del cielo, il bruno della città per me ancora sconosciuta si stagliò quasi cupo come una memorabile volta Siena, dalle ultime crete di Taverne. Ma qui per me fu assai più intensa emozione”.
È emozione anche quella che ci trasmette la lettura di questa pagina di Brera, a distanza di tanto tempo. E tanto basta, in un momento in cui la scrittura potrebbe diventare un esercizio di nicchia, a giustificare l’attenzione che in questa sede, che ho scelto non casualmente, si deve a un Gianni Brera che non è soltanto l’inventore di neologismi, il polemista, e tante altre cose, ma è come l’Orinoco -qui cito Gianni Mura- il fiume che trascina una portata impressionante d’acqua che scorre, che porta con sé limo, detriti, memoria, tronchi, pesci, suoni, speranze, suggestioni.
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