Visto con i nostri occhi
Questo non è il momento di chiudersi o arrendersi
Il fallimento, la sconfitta fa parte della storia dei nostri limiti e del nostro peccato, ma è parte essenziale anche della storia della salvezza.
02/03/2016
don Gianfranco Magalini

La prima reazione alle notizie di saccheggi giunte dalla missione di Gighessa è stata di incredulità: non mi sarei mai aspettato la distruzione di tutte le attività della missione (esclusa la scuola).
La seconda reazione è una grande amarezza per la sofferenza che tutto questo provocherà nelle persone più fragili come i 5 disabili che da più di 30 anni vivevano nella missione come nella loro casa, le decine di operai, insegnanti, guardiani, cuochi di ogni razza e religione che ogni mese portavano nelle loro famiglie e nel villaggio uno stipendio, i tanti bambini con problemi ortopedici che non potranno essere operati e le tante altre persone che, nelle emergenze, trovavano nella missione un’attenzione ai loro problemi.
È stato colpito anche il centro socio-pastorale che offriva corsi residenziali (più di 50 posti) di formazione cristiana per catechisti, religiosi e operatori parrocchiali. Teneva corsi di educazione sull’AIDS, sulla giustizia, riconciliazione e pace. Lì venivano formati gli insegnanti e gli operatori sociali. Si sono tenuti anche incontri interreligiosi con i responsabili dei cattolici, protestanti, ortodossi e mussulmani.
Anche l’attività pastorale verso la piccola comunità cristiana sparsa in diversi villaggi con la loro cappella di fango e a Kuyera, dove c’è la chiesa, un asilo e un centro di promozione della donna, subirà il contraccolpo di quanto è avvenuto.
Gighessa è il frutto del lavoro dei Padri della Consolata dal 1974 al 1991, delle Suore Orsoline di Gandino, di Marisa Mantovani, di don Daniele, di don Marinko della Bosnia Erzegovina, di diversi sacerdoti locali, tra cui Abba Edward, dei medici, infermieri e tecnici ortopedici, di Gino, di don Matteo, Elisa ed Elisabetta, di tanti volontari e tante persone che ci hanno visitato e di molte persone, associazioni e parrocchie che hanno contribuito con la preghiera e gli aiuti economici. Questa missione è stata scelta e sostenuta dai vescovi di Mantova: Carlo Ferrari, Egidio Caporello e Roberto Busti. Forse oggi molti hanno l’impressione che il loro lavoro sia andato in fumo. Io sono certo che ciò che è stato seminato ha lasciato un segno nella fede, nel cuore e nel corpo di molte persone. Non dimentichiamo che Gighessa ha ‘generato’ la missione di Kofale e il centro San Luigi di Kuyera.
Perché è successo tutto questo? Quali le cause? In Etiopia già da alcuni mesi ci sono tensioni politiche, disordini, saccheggi con anche dei morti. Per ora è difficile conoscere tutti i motivi che hanno portato a colpire Gighessa e a ipotizzarli si corre il rischio di essere smentiti.
C’è una speranza per Gighessa? Tutto dipende dalla volontà delle due parti di riconciliarsi attraverso l’opera di mediazione degli “anziani”. Più che sentenze della corte sarà importante vedere quanto le popolazioni dei villaggi attorno a Gighessa sentiranno importante per loro la presenza della missione.
Quali riflessioni possiamo fare sui fatti di Gighessa?
- Quanto è successo a Gighessa non è un fatto unico ed isolato. In molte parti del mondo la popolazione è schiacciata da fondamentalismi religiosi (non solo mussulmani), da dittature, da scontri etnici, da mercanti di armi e di materiali preziosi che per soldi causano guerre, da scelte di mercato fatte perché noi possiamo stare sempre meglio, ma che causano povertà, sfruttamento e guerre nei Paesi più poveri e tanti rifugiati.
- I missionari mantovani hanno pagato col sangue questi conflitti e tensioni: padre Tullio Favali nelle Filippine e padre Maurizio Maraglio insieme a don Claudio Bergamaschi in Brasile. Le lettere che i sacerdoti, le suore e i laici mantovani ci mandano da diverse zone del mondo spesso parlano delle grandi sofferenze che intere popolazioni stanno subendo: padre Flavio Lazzarin dal Brasile, don Matteo Pinotti insieme alle laiche “fidei Donum” Elisabetta ed Elisa dall’Etiopia al confine col Sudan, padre Corrado Dalmonego dall’Amazzonia. padre Adelino Brunelli dalla Repubblica del Centro Africa, padre Alberto Modonesi dall’Egitto e dal Sudan, suor Silvana Luppi dal Congo orientale, le suore Orsoline dal Burundi, padre Dino Giacominelli dal Bangladesh… e tanti altri che sono in corrispondenza con le loro parrocchie.
L’Etiopia si trova nel Corno d’Africa, circondata da Somalia, Sudan ed Eritrea, oltre che da Kenya e Gibuti. Sono circa 30 anni che in queste zone ci sono conflitti continui che non trovano soluzioni stabili. Tutti i rifugiati che scappano da queste zone ci ricordano quante distruzioni stanno continuando: quante città distrutte, quanti attentati anche all’interno dei campi profughi, quante cliniche colpite, oltre che le ricorrenti siccità. In Etiopia ci sono 100.000 rifugiati eritrei, 90.000 sudanesi e 200.000 somali.
Questo non è il momento di chiudersi o di arrendersi. Il fallimento, la sconfitta fa parte della storia dei nostri limiti e del nostro peccato, ma è parte essenziale anche della storia della salvezza. Gesù non si è fermato quando la folla gli ha voltato le spalle, la Chiesa non si è arresa quando gli apostoli sono stati uccisi. Come il sangue dei martiri, le persecuzioni sono sempre state stimolo a un rinnovato impegno di testimonianza di Cristo, così quanto è successo a Gighessa dovrebbe farci aprire gli occhi sulle tante sofferenze che nel mondo tante persone, soprattutto i giusti, i poveri, chi cerca la verità, stanno subendo. Con la paura, con la chiusura, con il rifiuto, con i giudizi facili lasciamo spazio a chi è senza scrupoli e gli permettiamo di fare i propri affari. Se crediamo nella forza della morte e risurrezione, se crediamo nella sapienza del chicco di grano che solo se muore porta frutto, dovremmo allora reagire al male continuando a testimoniare Cristo là dove è più evidente la “povertà” e la fragilità dell’uomo.
Don Daniele, poco prima di morire, aveva pregato così: Guarda o Padre a questa fragile e agile Etiopia che tende le mani a te e stringila nel tuo abbraccio infuocato di misericordia. Te lo chiediamo insieme a Maria nostra madre e per Cristo nostro Signore. Amen
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