Visto con i nostri occhi
Giovani in cerca di «mantovanità»
Rispetto al passato, oggi c’è un legame diverso con il territorio in cui viviamo. Lo confermano le nuove generazioni: conoscono poco, tuttavia capiscono l’importanza di riscoprire la storia
19/03/2019
Con tutto il rispetto per il risotto o i tortelli di zucca, per la sbrisolona o il salame mantovano, ben altro può rappresentare Mantova nel mondo.
Parliamo di una città che, percorrendola nelle sue vie, richiederebbe continue soste e tempo per soddisfare la nostra curiosità intellettuale verso i misteri di secoli di storia: dalla sua fondazione con gli Etruschi, passando per la corte dei Gonzaga e rivisitando artisti come Leon Battista Alberti, Andrea Mantegna, Giulio Romano. Per non parlare del periodo risorgimentale, con i martiri di Belfiore, o della cristianità, con i sacri vasi che custodiscono il sangue di Cristo: la preziosa reliquia davanti alla quale anche Papa Wojtyla, durante la sua visita a Mantova, si raccolse in preghiera.
Insomma una città dalle grandi potenzialità che riesce, anche attraverso la forza del suo linguaggio popolare, a tradurre in forma diretta sentimenti, valori e speranze, con cui ripercorrere i sentieri della memoria.
Per dare un futuro a tanta ricchezza culturale occorre sviluppare sempre più consapevolezza nei mantovani: promuovendo iniziative utili e coinvolgenti, specialmente dedicate ai giovani che devono sentire la passione e il forte richiamo per una città che presenta inestimabili tesori d’arte e bellezza.
Per cercare un riscontro tra le nuove generazioni, abbiamo ascoltato diversi ragazzi che vivono in città o nella prima periferia.
Pietro Grossi è un capo scout di 24 anni: «Penso a tanti giovani e alla loro difficoltà di accogliere la cultura che ci appartiene. Molto dipende dalle opportunità educative che la famiglia e la scuola riescono ad offrire ai ragazzi che crescono nella nostra bella realtà cittadina».
Andrea Lombardini è un ventunenne: «Apprezzo le persone che parlano in dialetto, ne colgo il mistero e insieme la bellezza ancestrale: come respiro dei nostri vecchi, esso rappresenta in profondità la cultura locale e come tale penso vada tramandato. Si può essere cittadini del mondo pur conservando le proprie origini».
Alessandra Melli ricorda volentieri suo nonno: «Ascoltavo con piacere i suoi racconti. Penso alle ricorrenze storiche come occasioni per mantenere alti i valori di civiltà che ci appartengono e che risuonano nelle opere d’arte come nei palazzi o nelle chiese di cui è ricca Mantova».
Beatrice Leardini frequenta la parrocchia del Duomo. «Mi piacerebbe conoscere di più lo spirito di certe festività come quella del patrono, Sant’Anselmo, o quella del Venerdì Santo in occasione dell’esposizione dei Sacri Vasi custoditi in Sant’Andrea».
Maddalena Sbravati ha 22 anni: «Considero importante il dialogo generazionale. Una grande sfida per il futuro penso riguardi lo sforzo di conciliare il mantenimento della nostra mantovanità con lo spirito di accoglienza verso la multiculturalità».
Monica Buoli è una giovane di Curtatone: «Ammetto di non conoscere nulla sulla figura di Sant’Anselmo: nessuno me ne ha mai parlato. Credo nello spirito di appartenenza alla comunità per capire la nostra storia e chi siamo. Viviamo in un mondo globalizzato che, in nome di un bisogno collettivo, tende ad uniformare usi e costumi e a vanificare l’identità dei popoli».
Alessia Falavigna ha 17 anni: «Desidero conoscere di più la storia mantovana anche se non mi considero ben radicata nella città in cui vivo, se non per il fatto di avere legami affettivi».
Giacomo Leali è il più giovane degli intervistati con i suoi 16 anni: «Non ho radici profonde nella mia città. Sia a scuola che in famiglia si parla molto poco della cultura mantovana. Di Sant’Anselmo conosco solo il nome e che è il patrono di Mantova. Cerco di vivere l’esperienza cristiana, ma come farei in qualsiasi altra realtà. Tuttavia non mi piace l’esasperazione commerciale che porta a perdere il significato più autentico delle diverse manifestazioni popolari».
Il quadro emerso è quindi duplice: se da una parte i giovani dichiarano di possedere poco della mantovanità, è pur vero che essi sentono il bisogno di un rinnovato senso di appartenenza e di vivere con più genuinità ed umanità. Un modo per far risplendere, come luci nel firmamento, i valori e gli insegnamenti che hanno arricchito la nostra storia, senza i quali l’uomo sarebbe ancora come una scimmia balbettante.
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