Visto con i nostri occhi
Giovani lontani da Dio, ma la colpa è dei genitori
Ormai si parla di «generazione post-cristiana», ma ad essere più in crisi sono gli adulti che, oltre alla fede, non sanno trasmettere valori significativi
16/10/2017
Basta leggere i titoli di alcuni suoi libri e subito ti accorgi che l’autore “ha le mani in pasta”. E che intende scuotere, provocare, quanto meno far riflettere in profondità. Nel 2012, don Armando Matteo, 47 anni, teologo, docente alla Pontificia Università Urbaniana di Roma, aveva pubblicato un volume sulla “fuga delle quarantenni” dalla Chiesa. Un problema reale, sotto gli occhi di tutti. Nel 2014, L’adulto che ci manca, riguardante anch’esso la fede. Aveva richiamato molta attenzione pure La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede, uscito nel 2009 per i tipi di Rubbettino, casa editrice della provincia di Catanzaro, come catanzarese è don Matteo. Proprio su questo “difficile rapporto”, il sacerdote ha parlato nei giorni scorsi a Mantova, durante un incontro che ha dato il via alla formazione permanente del clero, la quale, per il 2017-2018, farà riferimento al tema del prossimo Sinodo dei vescovi: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Ad ascoltarlo c’era anche il vescovo Marco Busca. Don Matteo ha lanciato subito una forte provocazione: «I giovani stanno imparando a vivere senza Dio e senza Chiesa», spiegandola con queste parole: «Ciò è dovuto al fatto che nessuno ha provveduto in modo corretto a mostrare come si vive da adulti con il Dio presentato dal Vangelo e con la Chiesa». Sul banco degli imputati ci sono dunque gli adulti, quelli nati nell’arco di due generazioni, tra il 1946 e il 1979. Ha aggiunto don Matteo: «Tantissimi giovani sono in verità figli di genitori che non hanno dato più spazio alla cura della propria fede cristiana: hanno continuato a chiedere i sacramenti della fede, ma senza fede nei sacramenti, hanno portato i figli in chiesa, ma non hanno portato la Chiesa ai loro figli, hanno favorito l’ora di religione ma hanno ridotto la religione a una semplice questione di un’ora. Hanno chiesto ai loro ragazzi di pregare e di andare a Messa, ma di loro neppure l’ombra, in chiesa. E soprattutto i ragazzi non hanno colto nei loro genitori degli adulti significativi con cui sono entrati in contatto nel gesto della preghiera o nella lettura del Vangelo». Ragazzi senza Dio e senza religione, nei quali non esiste distinzione, per quanto riguarda l’atteggiamento verso la fede, tra maschi e femmine, una «generazione post-cristiana», secondo le definizioni delle indagini sociologiche. L’aspetto cruciale, per il sacerdote calabrese, sta nel fatto che «gli adulti non riescono più a mostrare il legame tra adultità e fede», e, prima ancora, «non sanno più mostrare il senso stesso dell’essere adulti». Sono persone che hanno rinunciato al nobile, seppure difficile, “mestiere dell’adulto”, e che vogliono apparire eternamente giovani nell’abbigliamento, nelle mode, nella cura ossessiva del corpo, perfino nel linguaggio, mentre essere adulti significa – ha detto don Matteo – «dimenticarsi di sé per prendersi cura degli altri». Ma questi aspetti non hanno soltanto una valenza estetica, etica o pedagogica, ma anche teologica. Teologica? Sì, per il teologo calabrese che insegna all’Urbaniana. Il quale l’ha spiegata con queste parole: «Dio compare ogni volta che l'uomo cerca la propria felicità. Il segreto non detto della generazione adulta è il seguente: noi crediamo solo alla giovinezza quale luogo della destinazione felice dell'umano. Proprio una tale virata degli adulti verso il culto della giovinezza rende la loro testimonianza del Vangelo della vita buona, la comunicazione verbale di Dio ai loro figli, quando c'è, una testimonianza scialba, esangue, inefficace». Ecco allora la grande domanda: «Come aiutare i ragazzi a incontrare il Dio di Gesù Cristo e l’esperienza della comunità cristiana, senza poter fare più troppo affidamento alle dinamiche familiari e a quelle della socialità diffusa?». E ancora: «Come aiutarli a diventare adulti in una società senza adulti?». Don Matteo ha dato alcuni suggerimenti concreti. Per esempio: “convertire gli adulti”, lavorare per una cultura della vocazione adulta («Essere adulti fino in fondo, è questo l’umanesimo che ci manca»), essere “ponte” tra i figli e il mondo ma anche “allenatori” e “poeti” affinché «l’invisibile irrompa nel visibile», dare priorità alla preghiera, unire sacramenti e carità, saper scommettere sulla creatività digitale delle nuove generazioni, «immaginare molto concretamente cosa significhi “essere adulto degno di fede nella diocesi di Mantova”». Perché – ha concluso – «avere chiara la meta, aiuta sempre ad aprire il cammino».
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