Visto con i nostri occhi
Giovedì Santo, i papà protagonisti
Il vescovo Busca propone che la lavanda dei piedi, in Cattedrale e nelle parrocchie, si svolga con la partecipazione del genitore. Un gesto dal significato profondo
13/03/2018
Qualche giorno fa mi sono incontrato con un gruppo liturgico parrocchiale per la preparazione del Triduo pasquale, vasta e ricchissima celebrazione da vivere su tre giorni facendo memoriale del fondamentale mistero d’amore che è la Pasqua di Gesù Cristo, la quale ha aperto a ogni uomo il passaggio dalla morte alla vita di Dio. Passando in rassegna le azioni proprie di questo rito, ho notato la scarsità di notizie che accompagna la rubrica sulla “lavanda dei piedi” della Messa in Cena Domini della sera del Giovedì Santo. Si legge: «Dopo l’omelia ha luogo la lavanda dei piedi. I prescelti per il rito – uomini o ragazzi – vengono accompagnati dai ministri agli scanni preparati per loro in un luogo adatto. Il sacerdote (deposta la casula) si porta davanti a ciascuno e, con l’aiuto dei ministri, versa dell’acqua sui piedi e li asciuga».
Nessuna spiegazione teologica del gesto, nessun riferimento apparente sul perché di questo gesto. C’è un’attenzione agli attori: colui che lava è il presidente e sono previsti altri due ministeri, chi lo aiuta e chi accompagna i prescelti al luogo per la lavanda. Mancano il criterio di scelta e il numero delle persone a cui lavare i piedi; sorprende la richiesta che siano maschi. Mancano anche due gesti spesso attuati: cingere un grembiule e baciare i piedi da parte del celebrante principale. È chiaro che la ricchezza di questo rito può essere vissuta in tutta la sua potenzialità solo valorizzando i tanti linguaggi di cui si compone (con scelte affidate all’interpretazione della regia liturgica), nell’unione armonica con le altre parti della Messa.
Il messale consiglia dei canti «adatti alla circostanza». Questi richiamano fedelmente il testo evangelico proclamato poco prima (Gv 13,1-15) che il canto, insieme al gesto stesso, rievoca ed esplicita simbolicamente nei corpi dei coinvolti e nelle voci del resto della comunità che può così inverare le parole di Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, lo capirai dopo».
Questo brano è l’unico in cui si racconta della lavanda operata da Gesù verso i suoi discepoli durante l’Ultima Cena e sostituisce i brani sull’istituzione eucaristica presenti nei Sinottici delegandola alla seconda lettura (1Cor 11,23-26). Pur mantenendo l’afflato comunionale («Se non ti laverò, non avrai parte con me»), porta tutta questa sequenza rituale nella dimensione del servizio reciproco a partire dal suo esempio («Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri»), espandendo così il senso dell’intera celebrazione verso una relazionalità amorosa e inclusiva verso i fratelli, verace e positiva verso Dio.
Sì, perché è proprio il Padre il punto di partenza: «Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola...». È lui che per amore ha inviato il Figlio nel mondo per liberare l’uomo dalla schiavitù del peccato con il sacrificio stesso di Cristo, «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine». Egli è il liberatore («Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile», Es 20,2) che si curva davanti all’uomo nella gratuità e che desidera in contraccambio il nostro bene solo nella misura della libertà dei figli. Non è l’idea di un Dio crudele, sadico o vendicativo che entra nella Storia per punire e soggiogare l’uomo, bensì il volto di un Padre che ama i suoi figli adottivi quanto il Figlio immolato per la loro salvezza. Questa immagine spesso è sfuocata agli occhi del nostro spirito e necessita di essere purificata.
In accordo con quanto detto, quest’anno il vescovo Marco Busca chiede a tutte le parrocchie in cui verrà celebrata la Messa in Cena Domini che vengano prediletti per la lavanda dei piedi i papà (come farà lui stesso in Cattedrale). Questa preferenza vuole purificare la nostra idea di Dio riportandola al suo vero volto di Padre che si prende cura dei suoi figli e da qui derivare il valore dell’importante ruolo paterno all’interno della famiglia: «Vi ho dato un esempio perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».
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