Visto con i nostri occhi
Grazie vescovo Roberto, benvenuto vescovo Marco
29/09/2016
Paolo Lomellini

Il passaggio del “testimone” tra due ministeri episcopali è un evento in qualche misura fuori dal comune, nel senso che non capita di frequente ma ancor più perché rimanda a significati e dimensioni che vanno ben oltre le vicende del nostro contingente.
La figura del vescovo ha tra i suoi elementi caratteristici quello di essere “garante” della successione apostolica, ovvero della continuità e autenticità della trasmissione della fede dai luoghi e tempi delle comunità dei primi discepoli di Gesù sino a giungere alle nostre attuali comunità.
Un elemento questo che dovrebbe farci vivere l’occasione con lo spirito dei piedi per terra e del senso del limite. Essere consapevoli, in altre parole, del piccolo frammento in cui ci è dato vivere. L’occasione insomma per prendere una sana boccata di umiltà in un contesto in cui l’onda prevalente (il “main stream”) tende invece a esaltare il singolo e il suo orticello per coltivare un po’ di orgoglio egocentrico a buon mercato.
Il pezzetto di cammino che siamo chiamati a fare è dunque piccola cosa all’interno di quello ben più ampio della Chiesa (a sua volta piccola cosa dentro quel grandioso prodigio che è la creazione, il suo compiersi e il suo evolversi).
Dobbiamo quindi avere una tensione inestinguibile verso il trascendente ed eterno, le cose invisibili di lassù. Al tempo stesso, per i felici paradossi del cristianesimo, questo non ci esonera, anzi ci chiede un di più di cura e attenzione per quell’angolo di mondo e quel frammento di tempo in cui si realizza il nostro vivere.
Da questo punto di vista possiamo ricordare ancora una volta alcuni elementi che hanno segnato il territorio negli anni di episcopato di mons. Busti:
• il terremoto del 2012 che, ferendo in maniera importante la bassa, ha violentemente smascherato l’erronea illusione che il nostro territorio fosse esentato o quasi da problemi sismici. Una ferita che grazie a Dio e all’impegno di tanti è abbastanza vicina all’essere sostanzialmente risanata. Un segno positivo e di speranza che ci dice che il nostro tessuto sociale è ancora coeso e robusto;
• il Sinodo della Chiesa mantovana che ha segnato una tappa importante di maturazione e di voglia di una partecipazione più responsabile dei cristiani alla vita della loro Chiesa. La semina abbondante che ha contraddistinto questa stagione avrà bisogno della nostra perseveranza nel prossimo futuro affinché possa fruttificare con abbondanza e continuità;
• la crisi occupazionale e l’aumento delle fasce di povertà a livelli semplicemente impensabili una decina di anni fa, quando il benessere sociale ed economico del mantovano sembrava molto solido e duraturo. Un problema che, di questo passo, assumerà una dimensione epocale. La consapevolezza, in tal senso, non è ancora sufficientemente diffusa e radicata (forse ci sono in giro troppe “anime belle”).
L’ultimo punto in particolare sta contribuendo a rendere sempre più oscuro e pessimista l’orizzonte dell’immaginario collettivo mantovano, un intrecciarsi perverso di precarietà economica e disorientamento esistenziale. È una preoccupazione ricorrente nelle note e riflessioni di saluto al vescovo Marco che abbiamo raccolto da istituzioni e persone singole (pubblicate nelle pagine speciali per l’ingresso in Diocesi di mons. Busca).
Per dirla con le parole della “Gaudium et spes” queste sono alcune delle gioie e speranze, tristezze e angosce di noi mantovani di oggi.
Ed è con la tonalità di questo grande documento conciliare che esprimiamo il grazie di cuore al vescovo Roberto per la strada che ha fatto con noi e accogliamo a braccia aperte il vescovo Marco per continuare il cammino insieme a lui.
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