Visto con i nostri occhi
I cattolici nella società: educare alla fede e a pensare politicamente
Nei giorni scorsi è stata celebrata a Sailetto di Suzzara una Messa in suffragio di Tonino Zaniboni, nel terzo anniversario della morte. Dopo la celebrazione è seguito un momento di convivialità che è stato anche occasione di un dibattito politico
25/01/2017

Paolo Lomellini

Nei giorni scorsi è stata celebrata a Sailetto di Suzzara una Messa in suffragio di Tonino Zaniboni, nel terzo anniversario della morte. Numerosi i partecipanti, a testimoniare i numerosi legami di amicizia cresciuti nel corso del suo lungo impegno sociale e politico. Dopo la celebrazione è seguito un momento di convivialità che è stato anche occasione di un dibattito politico insieme a Pierluigi Castagnetti, figura autorevole e stimata del cattolicesimo democratico. Abbiamo colto l’occasione per porgli alcune domande. Gli spunti che si possono trarre dalle sue risposte meriterebbero più di un approfondimento.

Ci si chiede, un po’ spaesati, dove siano i cattolici rispetto la società e la politica attuali. In realtà a ben vedere quanti si dichiarano cattolici hanno ancora numerose rappresentanze nelle istituzioni, forse più che in passato. Qual è allora, in profondità, il problema?
I cattolici sono minoranza, seppur autorevole e ascoltata, ma minoranza, nel Paese, cioè nella società.
È bene tenerne conto quando si pone un simile interrogativo. Nell’immediato dopoguerra al contrario erano maggioranza relativa in politica, ma stragrande maggioranza nel Paese. Dovremmo interrogarci come credenti sulle ragioni di questa contrazione sociale. In politica, invece, non mi pare ci sia un’irrilevanza: sono credenti il Capo dello Stato, quello del governo, i presidenti delle due Camere, il Presidente della Corte Costituzionale, del Consiglio di Stato… e potrei proseguire. Dunque il problema è diverso. Possiamo parlarne.

L’unità politica dei cattolici è ormai storia passata. Si è tentato poi di salvarne qualche pezzo con “i principi non negoziabili”, formula che più che risolvere ha di fatto creato problemi. In uno scenario che richiama il “rompete le righe” quali possono essere i punti di riferimento solidi per i cattolici?
Sì, è storia passata, nel senso che non ci sono proprio più le condizioni storiche. Non c’è più il comunismo, nella Chiesa c’è stato il Concilio che ha separato le responsabilità, non c’è più un Paese che chiede in maggioranza una politica conforme alla dottrina sociale della Chiesa. Cosa conservare? Tutto. Tutto ciò che aveva giustificato un partito a ispirazione cristiana: la difesa della centralità dell’uomo, delle persone deboli e povere, la giustizia, la libertà, l’impegno per la pace nel mondo. Si dirà che sono obiettivi in gran parte condivisi anche da chi non è credente. È vero, ma non vedo il problema. Il problema è quello di essere costruttori coerenti di tali obiettivi.

Sono quasi scomparsi i percorsi di formazione della classe dirigente che erano tradizionalmente svolti nei partiti, sindacati e associazioni. Si nota come conseguenza una scarsità di leadership autorevoli e una selezione spesso improvvisata della classe dirigente. Qualche possibile strada da intraprendere per il futuro…
Sì, bisogna tornare a una formazione solida, rigorosa e anche faticosa. Selettiva nel senso che chi non mostra una formazione intellettuale e caratteriale seria non dovrebbe essere ammesso all’impegno politico soprattutto a un certo livello. Ma, come diceva Lazzati a proposito di tante incoerenze, per i credenti occorre una solida formazione alla fede, il resto viene da sé. Purtroppo nelle parrocchie, per paura di divisioni, non si educa più a “pensare politicamente”, cioè con senso storico.

L'intervista completa a pag. 3 del settimanale.
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